Due anni di guerra in Sudan, Caritas e Chiese: «Avviare colloqui di pace»
Nel secondo anniversario del conflitto, scoppiato il 15 aprile 2023, con oltre 30 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria urgente, l’appello alla comunità internazionale: «Lavorare per una soluzione sostenibile del conflitto»
«La situazione in Sudan è drammatica e, senza un forte impegno concertato per avviare colloqui di pace, il conflitto non potrà che peggiorare. La comunità internazionale non può continuare a guardare altrove. Dobbiamo agire con decisione per portare le parti al tavolo delle trattative e lavorare per una soluzione sostenibile del conflitto». A due anni dall’inizio della guerra in Sudan, il 15 aprile 2023, Act Alliance, Caritas internationalis, Consiglio ecumenico delle Chiese, Conferenza di tutte le Chiese africane, Associazione delle Conferenze episcopali membri dell’Africa Orientale e Caritas Africa firmano una dichiarazione congiunta per accendere i riflettori su quella che è diventata la più grande e devastante crisi umanitaria al mondo, in vista della Conferenza ministeriale convocata a Londra.
Lo confermano i numeri: oltre 30 milioni di persone, pari a due terzi della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria urgente. Tra Khartoum e il Darfur, il conflitto tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) ha ridotto città intere in cumuli di macerie, sfollato oltre 8,6 milioni di persone all’interno del Paese, costretto 3,9 milioni di profughi in fuga nelle nazioni vicine. Le donne e i bambini sono le vittime più vulnerabili. Le violenze sulle donne sono dilaganti; 17 milioni di bambini sono senza scuola da più di un anno, 3,7 milioni soffrono di malnutrizione acuta. Un bambino su tre sotto i cinque anni mostra ritardi nella crescita.
Eppure, denunciano i firmatari della dichiarazione, il Sudan e il suo popolo sono stati dimenticati, mentre la crisi continua ad aggravarsi e la popolazione lotta per sopravvivere. Al centro dell’appello dunque c’è il sostegno alla società civile sudanese e agli attori di auto mutuo aiuto, la “spina dorsale” del supporto alle comunità. In generale, sia le reti comunitarie che le organizzazioni locali della società civile sono gravemente sotto finanziate e affrontano quotidianamente rischi estremi. Nonostante il riconoscimento che siano gli attori locali – da soli – a guidare la risposta alle comunità colpite da carestia e da molteplici emergenze umanitarie, i finanziamenti diretti e la protezione rimangono bassi in maniera allarmante. Gli attori locali infatti continuano a ricevere meno dell’1% degli aiuti internazionali.
Nelle parole di Alistair Dutton, segretario generale di Caritas internationalis, «la crisi in Sudan richiede un’attenzione urgente e costante da parte della comunità internazionale. Il cammino verso la pace non è solo un’aspirazione ma una base essenziale per la sopravvivenza e il futuro di milioni di persone. Il finanziamento degli aiuti non è un gesto di buona volontà – incalza – ma è indispensabile per chi è intrappolato nella violenza e nello sfollamento». Anche per Rudelmar Bueno de Faria, segretario generale di Act Alliance, «siamo chiamati ad agire ora, come comunità internazionale, per garantire che i primi soccorritori e gli attori locali siano dotati delle risorse e del supporto necessario».
Parla di «guerra inutile, radicata nell’avidità umana e nella brama di potere», il reverendo Fidon R. Mwombeki, segretario generale della Conferenza di tutte le Chiese africane. «Un numero incalcolabile di vite è stato distrutto, sfollato e traumatizzato senza alcuna colpa – prosegue -. Chiediamo la fine di questa insensata distruzione di vite e proprietà e sollecitiamo la comunità internazionale a esigere con forza un cessate il fuoco effettivo e a mobilitare risorse per rispondere alla grave situazione umanitaria in Sudan».
Tra gli effetti più crudeli della guerra, la fame, contro cui lottano ogni giorno 24 milioni di persone – di cui 8 milioni in condizioni emergenziali e oltre 600mila in stato di carestia conclamata, precisano dalla Caritas -, e la crisi sanitaria, con il 60% della popolazione che non ha accesso a cure mediche, mentre colera, malaria e dengue dilagano. «Gli ospedali sono bersagliati, il personale sanitario intimidito o ucciso. I disturbi mentali si moltiplicano tra i rifugiati, ma solo il 15% può ricevere supporto psicologico».
Sono di venerdì scorso, 11 aprile, gli ultimi attacchi via terra e aerei sui campi profughi di Zamzam e Abu Shouk e Al Fasher. Il bilancio: oltre 100 civili uccisi, tra cui più di 20 bambini e almeno nove operatori umanitari. «Due anni di questo conflitto brutale e insensato devono rappresentare un campanello d’allarme per le parti affinché depongano le armi e per la comunità internazionale affinché agisca. Il Sudan non deve rimanere su questo cammino distruttivo», è il commento dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti Umani Volker Türk.
Anche Caritas italiana sostiene gli interventi portati avanti sul posto dalla rete Caritas con comunità locali e organizzazioni partner, per distribuire cibo, acqua, kit igienici, cure mediche e supporto psicosociale, nonostante le risorse insufficienti. E «si unisce agli appelli che chiedono un immediato cessate il fuoco, l’interruzione di ogni fornitura di armi a tutti i contendenti, la protezione dei civili, la garanzia di un accesso sicuro e senza ostacoli all’assistenza umanitaria e un impegno più deciso ed efficace della comunità internazionale per prevenire la disgregazione del Sudan e riattivare un processo di pace e di transizione democratica in mano ai civili». Si chiede inoltre «la tutela del diritto di asilo dei rifugiati e l’aumento dei fondi per il Piano di Risposta Umanitaria delle Nazioni Unite garantendo fondi flessibili che possano essere incanalati verso gli attori locali, le ong locali e le organizzazioni religiose».
15 aprile 2025

