Ebrei e cristiani, il dialogo riparte dal rapporto tra Dio e il male

Alla Lateranense l’incontro nella XXIX Giornata, con il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni e la biblista Maria Brutti. Don Gnavi, incaricato diocesano: «Abbiamo tanto da imparare e da dire insieme»

Il confronto deve diventare informazione: non restare chiuso nelle aule accademiche ma interessare la società. È quanto emerso dallo scambio di riflessioni sul Libro delle Lamentazioni organizzato ieri pomeriggio, 17 gennaio, all’Università Lateranense tra Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, e la biblista Maria Brutti in occasione della XXIX Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cristiani ed ebrei. «I valori comuni, quali il riconoscimento dell’origine divina della Torah e l’attesa della redenzione – ha detto Di Segni – sono la condizione privilegiata del dialogo tra mondo ebraico e mondo cristiano e offrono un grande spazio di affinità che va scoperto non per convincere l’altro ma per arricchirsi reciprocamente». Da parte sua, Brutti ha invitato a «non far cadere quanto emerso oggi, diventando portatori di stimoli che aprano allo scambio anche nella catechesi e nella vita quotidiana», riconoscendo il pericolo insito «in ogni tipo di interpretazione antiebraica e antisemitica: un’ideologia che non si basa sui fatti ma si nutre di pregiudizi».

Il Libro delle Lamentazioni è uno dei cinque rotoli chiamati Meghillot e «ha per tema la distruzione di Gerusalemme a opera dei Babilonesi – ha chiosato Di Segni -: la riflessione sui motivi, colpe antiche e recenti, nonché l’accettazione del giudizio divino». La costruzione letteraria del breve testo è sofisticata: i cinque capitoli seguono un preciso ordine alfabetico e presentano una metrica serrata; dal punto di vista del contenuto, la descrizione dell’abbandono, spesso riferito con l’immagine di una vedova, esprime il lamento per la distruzione «collegandolo ad un dramma iniziale e archetipico – ha spiegato Di Segni -: la colpa dell’uomo che ha provocato l’allontanamento da quel Dio che, nonostante tutto, lo cerca».

Il tema della teodicea contenuto in questo libro «è stato oggetto di studi approfonditi specie negli ultimi 20 anni – ha illustrato Brutti -, nel tentativo di spiegare eventi quali la Shoà o l’attacco alle Torri gemelle». Ciò che accomuna la lettura cristiana e quella ebraica del testo è «la protesta contro il silenzio di Dio – ha detto ancora la biblista – e lo sfogo nelle lacrime quale mezzo per esprimere la sofferenza».

Comune, quindi, il tema del rapporto Dio-uomo-dolore, diversa l’interpretazione: fin dai Padri della Chiesa il Libro delle Lamentazioni è stato oggetto di «un’esegesi sistematica oppositiva – ha chiosato Brutti -: nel dolore descritto si leggeva il riferimento a quello patito da Gesù sulla croce» e solo la dichiarazione conciliare Nostra Aetate del 1965, che tratta del senso religioso e dei rapporti tra la Chiesa cattolica e le religioni non cristiane, «ha riconosciuto che nessun ebreo che non fosse direttamente coinvolto nella crocifissione poteva essere considerato responsabile per essa».

A presiedere i lavori monsignor Marco Gnavi, incaricato dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo che, in chiusura, ha evidenziato l’importanza delle provocazioni proposte dai relatori: «Abbiamo ancora tanto da imparare e da dire insieme».

18 gennaio 2018