Fine vita: la risposta al dolore e le cure palliative

Le sedi di 9 Regioni italiane hanno ospitato il “The Care Day”, organizzato dal network “Ditelo sui tetti”, per ribadire il diritto «alla palliazione, non a morire». Nella stessa giornata, la giunta regionale del Lazio ha approvato l’accreditamento istituzionale di una rete locale

Assicurare dignità nella cura e nel fine vita attraverso le cure palliative, specialmente in ambito domiciliare. Questa deve essere la risposta al dolore e alla sofferenza dei pazienti terminali e delle loro famiglie. Un diritto che viene troppo spesso negato. È il messaggio lanciato ieri a Roma, 18 gennaio, da “The Care Day”, evento organizzato dal network “Ditelo sui tetti” e promosso contemporaneamente in nove regioni italiane nelle sedi dei Consigli regionali di Basilicata, Emilia-Romagna, Friuli- Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Toscana, Sicilia e Veneto.

«Nel 2022 solo il 36% dei pazienti deceduti per tumore ha avuto accesso alle cure palliative», ha sottolineato l’assessore regionale alla Cultura e pari opportunità Simona Renata Baldassarre. Numeri troppo bassi, soprattutto se confrontati con l’obiettivo fissato dallo Stato di raggiungere il 90% entro il 208. «È necessario invocare il diritto alle cure palliative, non quello a morire. Rischiamo altrimenti di sprofondare nella cultura dello scarto», la tesi di Baldassarre. Un quadro evidenziato anche da Angelo Vescovi, presidente del Comitato nazionale per la Bioetica, in relazione anche ai numeri che riguardano i più piccoli. «Solo il 10% di 30mila bambini riceve cure palliative. L’Italia ha una legislazione molto avanzata rispetto a quella di altri Paesi, ma è difficilmente applicabile. Questo causa una distribuzione a macchia di leopardo che non garantisce un equo accesso», ha spiegato.

Nella nostra regione, però, la situazione non è così drammatica. Infatti, nel 2022, come ha notato Francesco Scarcella, Coordinatore della Società italiana cure palliative per la Regione Lazio, «rispetto a un fabbisogno annuo di 19.095 pazienti, ne sono stati seguiti 15.701». Dunque, l’82% dei richiedenti. Sotto il tetto indicato dallo Stato, ma comunque non così lontano, vista la scadenza. Tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica. «Bisogna rendere più omogenei i percorsi, che attualmente presentano troppe differenze, sia tra province, sia tra aziende sanitarie», ha  continuato Scarcella, sottolineando anche come vadano sviluppate le attività ospedaliere e le cure palliative pediatriche.

Su questo panorama, che lascia comunque ben sperare, si innesta il lavoro della Regione. «Nell’approvare il piano di programmazione di assistenza territoriale 2024/2027 abbiamo previsto il rafforzamento delle cure palliative – ha dichiarato il presidente Francesco Rocca -. Stiamo rafforzando l’assistenza domiciliare integrata così da favorire la più stretta vicinanza tra il malato e il suo nucleo famigliare». E proprio ieri è arrivata una prima buona notizia. La giunta regionale del Lazio ha approvato in mattinata l’accreditamento istituzionale di una rete locale di cure palliative. «È il primo provvedimento in Italia – ha spiegato l’assessore ai Servizi sociali Massimiliano Maselli -. Presenta un nuovo concetto di palliazione che abbandona il solo ambito oncologico, divenendo un modello da assicurare ai pazienti e alle loro famiglie».

Questa è la strada da seguire: «Guardare al BIL, il “Benessere interno lordo” della persona, tenendo conto del limite della vita, ma soprattutto dell’infinita dignità dell’uomo», come ha sottolineato Francesco Napolitano, del network organizzatore dell’evento. «Perché è vero che la sofferenza non può aspettare, ma la risposta non può essere l’eutanasia o il suicidio assistito», ha dichiarato Maria Grazia de Marinis, docente di Scienze infermieristiche all’Università Campus Biomedico di Roma, ribaltando il messaggio lanciato dalla legge d’iniziativa popolare bocciata in Veneto.

Una legge che, come ha spiegato Francesca Piergentili, docente di diritto Costituzionale all’Università Europea di Roma, parte da un presupposto opposto rispetto a quello lanciato dalla sentenza della Corte Costituzionale del 2019. Quest’ultima «non sancisce un diritto al suicidio, ma solo una zona di non punibilità». Sulla stessa scia ha concluso il convegno Mario Esposito, ordinario di Diritto costituzionale all’Università del Salento, secondo il quale «la materia non è di assoluta competenza delle Regioni, ma dello Stato». Inoltre, ha specificato, «il Parlamento non ha alcun obbligo di intervenire, lo farà quando lo riterrà opportuno».

19 gennaio 2024

 

 

 

 

 

 

 

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