Gaza: la fame non sia usata come arma di guerra

A chiederlo, 15 organizzazioni internazionali. «Portare la popolazione civile alla fame è illegale, secondo il diritto internazionale umanitario». Nella Striscia la percentuale più alta di popolazione in crisi di sicurezza alimentare al mondo

Un cessate il fuoco «immediato e permanente» e un «massiccio aumento dell’assistenza umanitaria per evitare la carestia a Gaza». Sono le richieste che arrivano da 15 organizzazioni internazionali, in una dichiarazione congiunta – firmata, tra gli altri, da ActionAid, Intersos e Save the Children -, nella quale si ricorda che «consentire l’accesso degli aiuti umanitari per la popolazione civile è un obbligo previsto dal diritto internazionale umanitario» e che «devono essere prese misure immediate per affrontare efficacemente e rispettare le richieste della Risoluzione 2417 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che condanna l’uso della fame dei civili come metodo di guerra».

Da una parte il proseguimento delle ostilità, dall’altra il blocco continuo della Striscia fanno sì invece che il rischio di carestia aumenti di giorno in giorno a Gaza. «I risultati dell’analisi della fase di classificazione integrata della sicurezza alimentare e della nutrizione alla fine del 2023 hanno rilevato che l’intera popolazione vive con un livello di fame da crisi e che una famiglia su quattro – più di mezzo milione di persone – si trova ad affrontare condizioni catastrofiche». Si tratta, rilevano le organizzazioni, della «percentuale più alta di popolazione in crisi di sicurezza alimentare al mondo. Praticamente tutte le famiglie ogni giorno saltano i pasti. Alcune famiglie passano giorni e notti senza mangiare». Prima del 7 ottobre, la malnutrizione acuta a Gaza era quasi inesistente. Eppure la stima Onu è di un aumento del deperimento infantile del 27% nei prossimi mesi.

Nazioni Unite, Human Rights Watch e organizzazioni umanitarie, si ricorda nella dichiarazione, «hanno sottolineato come a Gaza si stia facendo ricorso alla fame come metodo di guerra. Portare la popolazione civile alla fame è illegale secondo il diritto internazionale umanitario e viola direttamente la Risoluzione 2417 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Basti pensare che prima del 7  ottobre oltre i due terzi della popolazione ricevevano aiuti alimentari; ora, «a fronte di un aumento dei bisogni e del peggioramento della situazione, l’assistenza umanitaria si è ridotta a causa della violenza, dell’insicurezza e delle barriere di accesso».

In particolare, incalzano le ong, «le tattiche di assedio imposte da Israele su Gaza sono uno dei fattori chiave che impediscono la consegna degli aiuti. Secondo il diritto internazionale umanitario, le parti in conflitto sono obbligate a facilitare un accesso rapido e senza ostacoli agli aiuti. Altri fattori includono i continui bombardamenti di aree densamente popolate, compresi i siti di distribuzione, e il rifiuto da parte di Israele di inviare missioni di aiuti umanitari nel nord e in altre aree di Gaza».

A essere diventati particolarmente vulnerabili, neonati, bambini piccoli, donne in gravidanza e in allattamento, dato lo scarso accesso a cibo, acqua e servizi salvavita. «Conseguentemente sono esposti maggiormente a malnutrizione e malattie, con un tasso il rischio di mortalità e morbilità in aumento». Non solo. «La mancanza di acqua e servizi igienici adeguati sta portando a una maggiore diffusione di diarrea e malattie, una delle cause dirette della malnutrizione, insieme allo scarso apporto dietetico. Solo una delle tre condutture idriche provenienti da Israele è operativa e nei governatorati settentrionali non c’è accesso all’acqua potabile. Almeno venti strutture idriche, compresi i serbatoi, sono state danneggiate o distrutte e la carenza di carburante stanno aggravando l’impatto sulla fornitura di acqua». Parallelamente, l’accumulo di rifiuti solidi nelle strade – «circa 50mila tonnellate» – sta divenendo «un problema sanitario prioritario».

Ridotto anche l’accesso al cibo, a causa della distruzione delle infrastrutture di produzione e distribuzione alimentare e della restrizione delle importazioni commerciali. Stando ai dati dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), solo 15 dei 97 panifici che operavano a Gaza prima del 7 ottobre sono ancora operativi. Le immagini satellitari mostrano la distruzione di molti porti di pesca, mercati, serre e terreni agricoli.

«Impedire che aiuti alimentari sufficienti raggiungano la popolazione e colpire le infrastrutture per la produzione e la distribuzione di cibo, comprese le aziende agricole, i sistemi idrici, i mulini, i siti di lavorazione e stoccaggio degli alimenti, gli hub e i mezzi per il trasporto di cibo, sono una violazione diretta della risoluzione 2417 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», incalzano le ong, ricordando che la risoluzione «è stata approvata all’unanimità nel 2018 per condannare l’uso della fame e dell’inedia come arma di guerra».

In conclusione, si ricorda che «le recenti misure provvisorie pronunciate dalla Corte internazionale di giustizia richiedono che Israele adotti misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura di servizi di base e assistenza umanitaria, urgentemente necessari a Gaza, come assistenza alimentare e acqua potabile. Gli Stati terzi hanno l’obbligo legale di garantire che tutte le parti consentano l’ingresso di aiuti sufficienti a Gaza e rimuovano qualsiasi ostacolo all’accesso tempestivo».

La tesi è che «l’unico modo per evitare il rischio di carestia è agire per fermare immediatamente il peggioramento della salute, della nutrizione e della sicurezza alimentare e l’aumento della morbilità, attraverso il ripristino dei servizi sanitari, dell’acqua e dei servizi igienici, della pesca e dei terreni agricoli e dei mercati. Non è possibile evitare la carestia con le ostilità in corso. Un cessate il fuoco immediato e permanente e l’aumento dell’accesso agli aiuti nella Striscia di Gaza sono essenziali».

15 febbraio 2024