Gaza: pregare è agire, è educare alla speranza
In un tempo attraversato da guerre, tensioni e violenze, non è lecito restare alla finestra. Si impone l’esigenza della preghiera per la pace: è dire “no” alla logica della vendetta e della violenza
In un tempo attraversato da guerre, tensioni e violenze che insanguinano il mondo, non possiamo, come credenti, rassegnarci. Prendiamo ad esempio quanto sta avvenendo in Palestina. La flagrante violazione dei diritti umani perpetrata a Gaza nei confronti di tanta umanità dolente ci interpella. Come è possibile essere indifferenti di fronte all’annientamento, pressoché in diretta, dell’intera inerme “Striscia di macerie”, un campo di sterminio a cielo aperto? Potremmo essere noi al loro posto, potrebbero essere i nostri figli, i nostri nipoti, quelli che vengono immolati sull’altare dell’egoismo umano.
In questo contesto, le polemiche sulla “flotilla” sono disdicevoli, considerando che si tratta di un’operazione umanitaria nonviolenta. S’impone a questo punto l’esigenza di pregare per la pace. Non è un gesto marginale o ingenuo, ma un atto di fede profonda e di responsabilità spirituale. Non è lecito restare alla finestra, spettatori passivi di un’umanità ferita. Quando invochiamo Dio perché doni al mondo la pace, ci impegniamo anche a esserne strumenti, ad accogliere e a custodire il fratello, a trasformare le relazioni quotidiane in luoghi di dialogo e di riconciliazione. Pregare per la pace è dunque agire: è educare alla speranza, è dire “no” alla logica della vendetta e della violenza. Ogni preghiera, personale o comunitaria, diventa una scintilla di luce che si oppone all’oscurità dell’odio e dell’indifferenza.
Giulio Albanese

