Gonzalo Villar: «Credo perché fin da piccolo ho capito che nella fede ero più felice»

Il centrocampista dell’A.S. Roma si racconta ai bambini e agli adolescenti della parrocchia Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione

Fin da quando era molto piccolo, il calcio è stato una vera passione e «il sogno per il quale mi sono sempre impegnato e per il quale ho anche pregato per arrivare a conquistarlo, anche se non credevo mai così». Gonzalo Villar, centrocampista della Roma, ha raccontato la sua storia ieri sera, 10 novembre, ai bambini e ai ragazzi della parrocchia Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione, nel quartiere Eur. Pensato per gli adolescenti che si stanno preparando a ricevere il sacramento della confermazione, il momento di dialogo e confronto con il calciatore di origine spagnola era aperto a tutti e così anche diversi papà ne hanno approfittato per una foto e un autografo.

Ma Villar, 23 anni e cresciuto in una famiglia molto unita, che gli ha trasmesso i valori cristiani, ha portato prima di tutto la sua testimonianza di fede. «Conosco Gonzalo da tre anni, cioè da quando sono qui in questa comunità – ha raccontato il parroco don Vincent Pallippadan -. L’ho incontrato la prima volta nel sacramento della confessione, che vive con frequenza, dimostrando una grande sensibilità nel voler tenere sempre pura la sua anima». Il sacerdote di origine indiana, aprendo l’incontro, ha quindi sottolineato come «Gonzalo mette la stessa passione che mette nell’allenamento e in campo anche nel curare la propria anima e non si vergogna di testimoniare la sua fede in Gesù Cristo, partecipando alla Messa settimanalmente, coinvolgendo anche amici e conoscenti».

Arrivato con qualche minuto di ritardo «perché oggi pomeriggio avevo un esame all’università» – dove studia Economia -, Villar si è seduto in mezzo ai ragazzi e ha raccontato con semplicità la sua esperienza di vita, da quando «a tre anni palleggiavo anche al supermercato dove andavo con mia mamma a fare la spesa, ricevendo le sue urla», fino alla scelta di accettare la proposta della società attuale, passando attraverso le esperienze in Spagna, nella squadra del Valencia e nella Nazionale Under-21. «Quando avevo 14 anni, i miei amici cominciavano a uscire con le ragazze o in giro per la città – ha ricordato, mettendo in luce il sacrificio e l’impegno necessari per raggiungere i propri obiettivi – mentre io passavo il tempo ad allenarmi. Anche adesso mi alleno con un doppio allenamento anche il pomeriggio, dopo quello della mattina con la squadra, per dare sempre il meglio e il massimo e per conquistare il mio posto in squadra, dato che siamo in 24 e il mister ne deve scegliere solo 11 come titolari».

Villar ha quindi osservato come «non è facile trovare il giusto equilibrio tra il giocare per e con una squadra e l’egoismo talvolta necessario per affermarsi come singolo giocatore» e capita a volte «di chiedersi se ne vale la pena, specie la notte quando hai pensieri o preoccupazioni». Sollecitato dalle domande dei ragazzi, il calciatore ha quindi spiegato come si gestisce negli spogliatoi un momento duro come una brutta sconfitta, confessando che «capita di scontrarsi con i compagni che non la pensano come te. Il mister, poi, come voi lo vedete nervoso e arrabbiato nelle interviste, dovete pensare che con noi lo è il doppio e tu, come giocatore, devi accettare e ingoiare anche quelle sgridate».

Rispetto alla curiosità sulle amicizie che si creano tra calciatori, il centrocampista ha spiegato di avere «solo due o tre amici nel mondo del calcio, mentre i miei amici veri sono quelli che stanno in Spagna e che spesso mi mancano, come mi manca la mia famiglia, alla quale sono molto legato e che sento con delle videochiamate due volte al giorno». Ricordando poi la sua infanzia e la scuola cattolica che ha frequentato da bambino, Villar ha fatto sapere ai ragazzi, invitandoli a credere nei loro sogni, che «quando andavamo a Messa pregavo sempre per poter diventare un giocatore di serie A e ancora oggi prego per poter essere il miglior giocatore in campo e per giocare una buona partita. Per questo mi faccio il segno della croce ogni volta prima di entrare in partita, non per una forma superficiale di scaramanzia». Ancora, la sottolineatura: «Io credo perché fin da quando ero piccolo ho capito che nel cammino di fede ero più felice».

Infine, il giocatore, che si è intrattenuto per più di un’ora con i giovani, ha soddisfatto alcune loro curiosità ad esempio sulla sua squadra del cuore, «il Real Madrid», su che musica italiana ascolti, esprimendo una preferenza per «le canzoni di Ultimo», e su quali siano altre sue passioni oltre al calcio: «Il tennis e il basket».

11 novembre 2021