“Ho visto un re”: i bambini e la realtà
In un mondo dove l’immaginazione di un bambino può sovvertire la realtà, l’inaspettata amicizia di Emilio con un guerriero etiope diventa la chiave per scoprire sé stesso e il mondo che lo circonda
Durante la campagna d’Etiopia del 1936, il piccolo Emilio immagina che davanti ai suoi occhi si presenti Sandokan, eroe della sua infanzia. Da questo spunto parte Ho visto un re, nuovo film di Giorgia Farina, nelle sale dal 30 aprile. In un mondo dove l’immaginazione di un bambino può sovvertire la realtà, Emilio trova nell’inaspettata amicizia con un guerriero etiope la chiave per scoprire se stesso e il mondo che lo circonda.
Si tratta in effetti di una incredibile storia (quasi) vera, quella del Principe africano catturato dagli italiani e tenuto prigioniero in una voliera nel giardino della villa del podestà. Il film attraversa vari passaggi narrativi, partendo dal dato “storico” della conquista della Libia da parte dell’esercito italiano (e l’informazione è fornita in una chiave da subito semiseria). E da qui ben presto scivolando verso la favola, sempre grazie agli interventi fuori campo di Emilio che fa crescere di importanza il Principe Africano, il cui nome è Abraham Imirru ma nella fantasia di Emilio diventa per sempre Sandokan.
Nella prima parte il film stenta un po’ a decollare; nella seconda, messi in campo tutti i personaggi e chiariti i ruoli, la vicenda assume una struttura più solida e definita, e l’incontro realtà/fantasia contorni più precisi. Le riprese del film si sono svolte tra Roma e dintorni con una bella scelta di location d’epoca. Del resto sono luoghi che la regista conosce molto bene. Nata e cresciuta a Roma, Giorgia Farina si è diplomata presso l’Istituto S. Giuseppe De Merode, ha esordito al cinema con Amiche da morire (2013) seguito da Ho ucciso Napoleone (2016) e Guida romantica a posti perduti (2020). Titoli che comunicano l’idea di una regista imprevedibile, predisposta a svariare tra temi e argomenti di differente valore. Sul film di oggi precisa: «Ho scelto di realizzarlo perché ho trovato lo straordinario nel reale, in una storia vera che sembrava quasi impossibile da credere. Raccontarla attraverso gli occhi di un bambino mi ha permesso di trasformare il dramma in avventura e il diverso in meraviglia».
Se all’inizio molti personaggi sembrano un po’ stereotipati, col procedere della vicenda ogni tassello torna al posto giusto. Funziona l’immagine di una campagna grande e solitaria dove uomini e donne si agitano quasi presagendo la tragedia imminente. Ai vari personaggi danno volti molto credibili attori dalla presenza vivace e variegata: Edoardo Pesce è Annibale, il podestà del paese; Sara Serraiocco, sua moglie Adele, donna dai fatali e ingannevoli interessi artistici; Marco Fiore è Emilio, il bambino che muove tutta la fiaba; Blù Yoshimi, Lavinia, la donna cui viene impedito di insegnare; e Lino Musella, nel ruolo di Michele, l’omosessuale che sfida il regime. Presenze ora ironiche ora drammatiche, che trovano riscontro nella molteplicità e nelle dinamicità della messa in scena.
19 maggio 2025

