Il cardinale Fiorenzo Angelini, «prete fra la gente»

La Messa di suffragio a Santo Spirito in Sassia per il cofondatore del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, presieduta dal cardinale Agostino Vallini: «Nella filigrana della sua vita è possiible leggere la storia stessa della Chiesa di Roma»

«“Prete fra la gente”, come amava definire se stesso, era convinto della necessità di evangelizzare per umanizzare la medicina». Così il cardinale vicario Agostino Vallini ricorda la figura del cardinale Fiorenzo Angelini, scomparso lo scorso novembre all’età di 98 anni. «Ha sempre difeso la Chiesa – racconta il porporato nel corso dell’omelia, nella Messa di suffragio -, nella realtà umana della sofferenza e della malattia, momenti in cui l’uomo è più fragile». Proprio lì, «ha elargito la sua energia di “uomo di azione”, certo, di “realizzatore”, come pure è stato detto, sempre però sorretto da quella passione pastorale che mostra come Dio si reincarni in modo speciale nella vita sofferente».

La chiesa di Santo Spirito in Sassia, di cui Angelini era titolare, domenica 21 dicembre è gremita: in tanti sono venuti a rendere omaggio al cofondatore, con Papa Wojtyla, del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, di cui fu anche il primo presidente. Nella «filigrana» della sua vita, ricorda ancora il cardinale, è possibile leggere la storia stessa della Chiesa di Roma: «Giovane sacerdote, Angelini era già accanto a Pio XII nel quartiere di San Lorenzo, durante il bombardamento di Roma, quando c’era di che scoraggiarsi». O quando «volle per i poveri il primo ambulatorio che si occupasse della loro salute, nella parrocchia di San Leone al Prenestino».

Al porporato, l’ultimo nato a Roma, si deve pure la nascita dell’Istituto di ricerca sul volto di Cristo, «quel volto che è mistero e salvezza», e che senza arroganza offre una via di uscita anche «da questo momento difficile che sta attraversando non solo il nostro Paese ma il mondo intero». Quel “non temere” «che l’Angelo pronunciò per rincuorare Maria, turbata dalla notizia che avrebbe dato alla luce il Figlio di Dio, e che altro non è se non la speranza che nelle difficoltà non si è soli». La stessa speranza che ha sorretto in vita il cardinale Angelini. «Per 30 anni siamo stati insieme – è il ricordo di Filippo Boscia, presidente dell’Amci – Associazione medici cattolici italiani -. Abbiamo affrontato tematiche di bioetica innanzitutto, cogenti allora come oggi, valutandole alla luce del testo biblico, sul piano etico e persino psicologico, sempre alla ricerca di una cura che possa dirsi realmente globale. L’uomo, infatti, non è solo corpo e mente e la salute, il benessere, riguarda anche l’emozionalità del suo vivere».

Le battaglie più importanti? «Quelle su inizio e termine della vita, fasi caratterizzate da una maggiore fragilità, e quelle sui percorsi della sofferenza umana, come è la disabilità in un mondo che non l’accoglie». La lotta, allora, «perché lo Stato sappia prendersi cura della vita tutta, piuttosto che selezionarla e annullarla in base a degli aspetti meramente economico-produttivi». Eccola, «l’apertura alla speranza del cardinale Angelini: quella che arriva proprio dall’insegnamento dei disabili. Per questo – lamenta Boscia – io contesto Veronesi quando dice di aver appreso della non esistenza di Dio dalla sofferenza. È esattamente il contrario: la vicinanza di Dio è balsamo che va a lenire le nostre sofferenze e anzi nella mia vita di medico ho visto anche tra coloro che non si professavano cristiani la necessità di aggrapparsi a questa speranza». Come Angelini ha chiesto, «siamo medici fortemente convinti – conclude Boscia – che ognuno di noi abbia al di sopra un primario che rende le nostre mani meno tremolanti e forse più calde nel fare una carezza».

22 dicembre 2014