Il “Dogman” di Fonte e Garrone a San Tommaso Moro

Il vincitore della Palma d’Oro come miglior attore e il suo regista a confronto con i giovani, e non solo, della parrocchia sui temi del degrado morale e della violenza. Ma anche sulla redenzione e sulla speranza

Violenza, degrado, povertà, ingiustizia ma anche redenzione e speranza. Questi i temi che ieri, 28 novembre, sono stati al centro di un incontro, nell’aula Giovanni Paolo II della parrocchia San Tommaso Moro, con due personaggi del cinema assoluti protagonisti del 2018: il regista Matteo Garrone e Marcello Fonte, attore principale del film proiettato nella stessa sala, “Dogman”. Scelta non casuale per tempistica e tematiche: a metà ottobre, a poche centinaia di metri dalla parrocchia, aveva trovato infatti la morte la giovane Desirée Mariottini; e come noto, la pellicola di Garrone “rivisita” un altro episodio della cronaca nera romana, il “delitto del Canaro”, avvenuto nel 1988. Discostandosene tuttavia nel senso e nello scorrere della trama, come ha sottolineato il regista: «Nella realtà, mai del tutto chiarita, il Canaro seviziò e uccise un suo amico aguzzino, stanco delle sue continue vessazioni. Nella finzione invece il protagonista, Marcello, cerca un riscatto, una riabilitazione, un senso di giustizia e di rispetto in maniera ingenua. Da lì nasce l’omicidio. Non abbiamo voluto parlare di vendetta ma di sentimenti, fragilità. Perché a volte rimaniamo incastrati in un meccanismo di violenza che genera altra violenza, da cui è difficile uscire».

Un’aggressività che sembra più presente in luoghi dove il degrado materiale è evidente. Ma, spiega Garrone, «ho cercato di raccontare non un luogo di degrado bensì un non-luogo dove i personaggi vivessero dei conflitti e un certo degrado morale. Che è ovunque, anche dove l’ambiente sembra più rassicurante ed esteticamente gradevole». Un discorso che ha inevitabilmente suggerito domande e riflessioni da parte dei tanti cittadini di San Lorenzo intervenuti, preoccupati per le condizioni del quartiere e che hanno in Marcello Fonte un “vicino di casa”. L’attore, originario della provincia di Reggio Calabria, ha vissuto per ventidue anni in una delle traverse di via Tiburtina, in un palazzo non proprio confortevole, e riprende una citazione di san Paolo – «io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» – per parlare sia delle difficoltà del Marcello nel film, sia delle difficoltà di chi vuole migliorare lo stato della vita fallendo per troppa ingenuità. «Non siamo razionali – dice Fonte – anzi siamo tutti imperfetti; da qui il male che vediamo ovunque, nei telegiornali, in strada, nelle scuole». E sorprende tutti quando, sollecitato sul tema della violenza oggi, evidenzia come caso esemplare la disumanità senza ragione degli automobilisti nel traffico.

È poi monsignor Andrea Celli, parroco di San Tommaso Moro, che conosce Marcello da molti anni e ne sa le sofferenze passate, a invitare il vincitore della Palma d’oro come miglior attore a raccontare un aneddoto. Vissuto da giovanissimo ad Archi, periferia reggina, ben prima di arrivare a Roma e diventare custode del Teatro Valle, dormiva in un alloggio di fortuna: «Ero bambino e stavo in una delle tante baracche – ricorda Fonte -. Quando pioveva sentivo il rumore dell’acqua sulla lamiera. Io però chiudevo gli occhi e sognavo che quelli erano applausi». Accadde davvero trent’anni dopo: dai temporali in Calabria al successo nel Festival di Cannes. Una morale.

29 novembre 2018