Il futuro della Siria e il ruolo dei cristiani

Acs riferisce di incontri «ad alto livello» con il nuovo establishment politico. A Homs e Hama la situazione più difficile: qui «la paura è molto forte». Nel complesso, c’è «cauto ottimismo»

Costruire un Paese basato sulla parità dei diritti. Questo l’obiettivo al quale guardano i leader cristiani in Siria, e per il quale sono disposti a lavorare con il governo provvisorio, dopo il rovesciamento del regime di Bashar al-Assad. Lo confermano alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) alcune fonti locali, spiegando che i cristiani intendono assumere un ruolo effettivo per il futuro della Siria e rifiutano di essere etichettati solo come una minoranza religiosa che necessita di un trattamento speciale o, peggio, di essere trattati come cittadini di seconda classe. «I capi delle comunità non vogliono definirsi minoranze, perché altrimenti potrebbero perdere la loro rappresentanza nella nuova Costituzione e nelle istituzioni statali – sono le parole di una fonte in particolare, che chiede di rimanere anonima per motivi di sicurezza -. Vogliono sottolineare l’uguaglianza dei diritti».

A oggi, ci sono già stati diversi incontri ad alto livello tra i leader cristiani e il nuovo establishment politico e i funzionari hanno rassicurato i cristiani sul pieno rispetto di tali diritti. Il governo di transizione ha promesso di rispettare la libertà religiosa, ma non sono mancati incidenti, in diverse aree del Paese, che hanno indotto la comunità cristiana a considerare queste garanzie con cautela. Ma la situazione, secondo i testimoni locali, non può essere generalizzata, né in positivo né in negativo. «Damasco è sotto i riflettori e questo spinge gli ex ribelli a essere più pacifici e a mantenere un’immagine positiva. Tuttavia, si verificano ancora singoli episodi, come la richiesta alle donne di indossare il velo, o quella rivolta a uomini e donne affinché non camminino insieme qualora non siano parenti. Lo stesso accade ad Aleppo».

La mancanza di una forte autorità centrale ha permesso ad alcuni piccoli gruppi o individui di imporre misure più radicali, come la segregazione sui trasporti pubblici o l’obbligo per le donne di indossare il velo. A volte, però, basta la paura di causare un problema o di attirare attenzioni indesiderate per spingere le persone ad adottare queste pratiche, solo per prudenza. Ci sono comunque città in cui le cose vanno peggio. Come Homs e Hama, dove «la situazione è più difficile. È un’area mista, con dieci confessioni religiose che vivono nello stesso luogo, il che rende la situazione difficile. Lo era anche durante la guerra. La gente evita di stare per strada dopo le 17. Ci sono jihadisti che usano megafoni per invitare le persone a convertirsi all’Islam e dicono alle donne di velarsi. La paura è davvero molto forte, i cristiani non possono lavorare, molti restano a casa», riferisce una delle fonti di Acs.

La Valle dei Cristiani, come viene chiamata la regione esclusivamente cristiana, è pacifica, ma le strade di accesso e di uscita possono essere pericolose perché i gruppi armati sono liberi di istituire posti di blocco che vengono poi utilizzati per molestare i cittadini. «Abbiamo avuto casi di cristiani a cui è stato chiesto di convertirsi all’Islam. Quando rifiutano, vengono allontanati dal posto di blocco, ma perdono tutti i loro beni». Nel complesso però il sentimento dei cristiani può essere descritto come un cauto ottimismo. «Siamo felici che il regime di Assad sia caduto e speriamo in una Siria migliore, ma non dobbiamo dare per scontato che tutto vada bene ora, soprattutto per i cristiani, o che il cambiamento in Siria sia per il meglio, anche se speriamo e preghiamo che sia così», è la testimonianza raccolta da Acs, che continua comunque a sostenere e ampliare molti progetti nel Paese, dal momento che i bisogni della comunità cristiana sono ancora significativi e che molti hanno perso il lavoro.

28 gennaio 2025