Il lascito di Francesco: nella Chiesa c’è posto per tutti

Il ricordo del pontificato del “parroco del mondo”, a partire dall’elezione, il 13 marzo 2013. La scelta del nome, ispirata dal santo di Assisi, e il sogno di «una Chiesa povera, per i poveri»

Quando, la sera del 13 marzo 2013, pochi minuti dopo le 19, dal comignolo della Sistina uscì la fumata bianca che annunciava l’elezione del nuovo Pontefice, ebbi la fortuna di trovarmi in prima fila sul sagrato di San Pietro. Accanto a me c’erano l’allora direttore di Radio Maria Argentina e l’amico e collega, prematuramente scomparso, Carmine Alboretti. Se l’elezione di un Papa è sempre motivo di grande entusiasmo, posso dire che il loro fu straripante. Per il primo, in quanto era stato eletto un connazionale. Per il secondo, invece, per la scelta del nome: poche ore prima, mentre lavoravamo in sala stampa, mi aveva confidato quanto gli sarebbe piaciuto che il futuro pontefice scegliesse il nome del santo di Assisi, di cui era particolarmente devoto (non a caso aveva chiamato suo figlio Francesco).

E quel nome, Francesco, è una delle chiavi per comprendere il pontificato del primo gesuita chiamato a salire al soglio di Pietro, che nella mattina di oggi, lunedì 21 aprile, è tornato alla Casa del Padre. Jorge Mario Bergoglio era nato il 17 dicembre 1936 a Buenos Aires, primo di cinque figli di una famiglia di emigrati italiani di origini piemontesi e liguri, regione da cui proveniva la nonna Rosa, a cui era legatissimo. Nel 1958 iniziò il suo noviziato nella Compagnia di Gesù, fino a diventare, tra il 1973 e il 1979, Provinciale dell’Argentina. Fu san Giovanni Paolo II a nominarlo prima vescovo ausiliare di Buenos Aires, il 20 maggio 1992, e poi, il 3 giugno 1997, vescovo coadiutore. Il 28 febbraio 1998, alla morte del cardinale Quarracino, divenne quindi arcivescovo della Capitale argentina. Il Papa polacco lo creò cardinale il 21 febbraio 2001, del titolo di San Roberto Bellarmino.

Bergoglio, fin dalla prima udienza a noi giornalisti che avevamo seguito il conclave, aveva chiarito, con una delle frasi destinate a rimanere impresse nella memoria collettiva, come desiderasse «una Chiesa povera, per i poveri». Ed è stata quella un’impronta indelebile, con gesti e scelte forti e coraggiose, come la nomina dell’elemosiniere, il cardinale Krajewski, il suo «braccio operativo» per la carità, o il primo viaggio a Lampedusa, che segnò l’inizio di un’attenzione sempre più marcata per i migranti.

Il pontificato di Francesco è stato caratterizzato da decisioni che non tutti hanno accettato di buon grado. Ha subito attacchi, come già capitato a suoi predecessori, ma ha affermato che «la critica aiuta a crescere e a far andare bene le cose», purché «detta in faccia».  Fra le prime scelte dirompenti, quella di restare a vivere a Santa Marta anziché trasferirsi nell’appartamento pontificio del Palazzo Apostolico. Ma al di là di aspetti che tanto sono piaciuti ai media “mainstream” (chi non ricorda lo “stupore” per un Papa che portava da sé a bordo dell’aereo la valigetta nera con gli effetti personali?), senza dubbio è stato un pontificato destinato a cambiare il volto e la mentalità della Chiesa. Non solo sul piano pastorale. La sinodalità, il ruolo delle donne, la valorizzazione dei giovani e dei laici in generale, il dialogo ecumenico e interreligioso portato sul piano pratico della condivisione di quanto unisce (con passi importanti come la dichiarazione di Abu Dhabi o il viaggio in Svezia per i 500 anni della Riforma luterana), l’attenzione alla cura della casa comune: sono tutti aspetti che hanno avuto da Francesco un impulso decisivo.

Non è stata però una rivoluzione. Questi temi erano già presenti nel magistero dei suoi predecessori. È stato il modo in cui Bergoglio li ha affrontati a cambiarne la prospettiva. Basti pensare a questioni spinose come l’accoglienza delle persone omosessuali o drammatiche come la lotta agli abusi. Al contrario, non è stata affatto complicata la convivenza con il Papa emerito, nonostante i timori di certa stampa o i tentativi, da più parti, di creare attriti con Benedetto XVI.

Impossibile ripercorrere in poche righe i provvedimenti e i contenuti di oltre dodici anni di pontificato. Non solo la riforma della Curia, le encicliche o le esortazioni apostoliche. Francesco, ad esempio, attribuiva grande importanza alle meditazioni per l’Angelus domenicale, che diventavano vere e proprie catechesi, come pure le omelie della Messa quotidiana nella cappella di Santa Marta, nel primo periodo del pontificato aperte a piccoli gruppi di fedeli.

L’immagine che in fin dei conti rimane di Bergoglio è quella di un “parroco del mondo”. Due esempi su tutti. Il primo è la grande veglia per la pace in Siria, pochi mesi dopo la sua elezione. La sera del 7 settembre 2013 si levò alta la preghiera del Papa, insieme a quella di tante persone che gremivano piazza San Pietro e di quanti si unirono a lui in ogni parte del pianeta. Almeno in quella circostanza, si ottenne la grazia di fermare l’intervento diretto degli Stati Uniti che avrebbe portato a sviluppi probabilmente catastrofici.

Purtroppo, il fragore delle armi è continuato a lungo in Siria ed è tornato a farsi sentire in Ucraina e in Terra Santa, nonostante i continui sforzi del Papa per favorire il dialogo e la pace, come pure in tante altre parti del mondo. Quella che Francesco ha definito, con un’espressione divenuta iconica, «la terza guerra mondiale a pezzi» e contro cui ha levato tante volte la sua autorevole voce, per quanto a volte inascoltata o addirittura fraintesa.

Il secondo esempio è la “statio orbis” del 27 marzo 2020. In un contesto completamente diverso, in piena pandemia di Covid-19. Sono rimaste negli occhi e nel cuore di tanti, credenti e non credenti, le immagini del pontefice solo, sotto la pioggia, sul sagrato deserto di San Pietro, nel silenzio surreale rotto solo dagli ululati laceranti delle sirene delle ambulanze. Anche in questo caso una preghiera ai piedi del Crocifisso miracoloso di San Marcello che ha accomunato tutto il mondo nell’abbraccio del colonnato del Bernini.

Francesco è stato anche un pontefice che, come san Giovanni Paolo II, ha indetto due Giubilei. Il primo, l’Anno Santo della Misericordia, dal novembre 2015 allo stesso mese del 2016, con un’apertura eccezionale, a Bangui, nella Repubblica Centrafricana. Un gesto che ha racchiuso il significato di quel Giubileo straordinario: un segnale di riconciliazione e di pace in una terra martoriata, un modo per ricordare al mondo la necessità del dialogo e di un’autentica giustizia sociale, alla base di una pace vera. Il secondo, il Giubileo ordinario del 2025, dedicato alla speranza, un evento caratterizzato da una serie di «segni» a cominciare, ancora una volta, da un forte richiamo alla pace.

Tutti. Tutti nella Chiesa. È stato questo, in fondo, il lascito di Francesco. E proprio la misericordia ne è stato il segno caratterizzante, come ci ha ricordato il Giubileo del 2016, con l’istituzione dei missionari della misericordia per portare in ogni angolo della terra il perdono di Dio («il confessionale non è una sala di tortura», un’altra delle frasi celebri del pontefice argentino). La “Chiesa in uscita”, “ospedale da campo”, non è altro che questo: annunciare che nella Chiesa, tra le braccia di Cristo, «c’è posto per tutti, tutti, tutti». È il grido lanciato davanti a un milione e mezzo di ragazzi alla Giornata mondiale della gioventù di Lisbona che è la sintesi del messaggio di Papa Francesco.

21 aprile 2025