Il male nella storia: la Chiesa, dal nazismo al tempo del terrore

Nei locali del Seminario Maggiore, che nel 1943 diede accoglienza a circa mille persone in fuga dalle persecuzioni, la lezione di don Andrea Lonardo sul ruolo dei pontefici e della comunità ecclesiale

«Ogni generazione pensa che il male sia superato, che appartenga al passato. Eppure i fatti odierni ricalcano le stesse orme del genocidi degli armeni, di quello nazista, dei gulag sovietici. E le domande restano uguali: chi ha il coraggio di intervenire? Chi ha il coraggio di denunciare senza che questo significhi rendere più difficile il lavoro di chi sul posto sta dando la vita per alleviare il dolore?». Sabato 17 gennaio monsignor Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio catechistico diocesano, ha tenuto una lezione su “Chiesa e nazismo”, occasione per interpellare la coscienza di tutti dinanzi all’orrore della carneficina perpetrata dai seguaci di Boko Haram, dell’attacco terroristico alla redazione francese di Charlie Hebdo e delle chiese date alle fiamme in Nigeria, della guerra in Siria e dei massacri in Pakistan.

«Il XX secolo è ritenuto il più drammatico – afferma il sacerdote – ma oggi io vedo nel genocidio dell’Islamic State la stessa logica del male delle camere a gas: è l’odio tipico del nemico della vita». E dinanzi a tutto questo un monito è d’obbligo: «All’epoca in cui si andava affermando il nazismo nessuno si mosse, nessuno manifestò. Il rischio è di ricadere nello stesso errore. Certo – ammette – non è facile prendere una decisione sulla migliore risposta da dare al male» ma qui «c’è una rilettura della storia», un processo che può e anzi deve essere colto «per ammettere anche le proprie responsabilità». Perché l’unica cosa certa è che «la colpa non è così evidente, con i buoni schierati contro i cattivi».

Lonardo spiega alle tantissime persone venute ad ascoltarlo al Seminario Maggiore – struttura ricadente nella extra territorialità vaticana, grazie alla quale dal 1943 poté accogliere circa mille persone in fuga dalle persecuzioni – che al tempo dell’odio nazista la Chiesa fu tra le poche realtà in ascolto di chi era in pericolo: ebrei, dissidenti, disabili e militari che avevano giurato fedeltà al governo regio, ma anche i membri del Comitato di liberazione nazionale come Nenni, Bonomi, De Gasperi e Saragat e quattro ministri del governo Badoglio. E certamente anche dei cattolici, perché non è vero che la Germania di Hitler odiasse solo gli ebrei. «Pochi – evidenzia – considerano come l’azione hitleriana non fosse semplicemente anti-giudaica ma anche anti-cristiana, sebbene egli attendesse un passo falso della chiesa per renderla più esplicita».

Cita l’incontro, nel settembre 2014, avuto tra il presidente del World Jewish Congress e Papa Francesco: «Prima gli ebrei hanno sofferto selvaggi attacchi e il mondo è rimasto in silenzio – così Lauder, rivolgendosi al Pontefice -. Ora sono i cristiani che vengono annientati e di nuovo il mondo dice poco». La domanda è sempre la stessa: «Perché – si chiede Lauder – il mondo non reagisce?». Il mondo che allora capì tardi o non volle deliberatamente vedere cosa accadeva con Hitler: «Gli stessi ebrei americani o della Palestina sapevano, come ha scritto e documentato più volte Elie Wiesel, della persecuzione in Europa», precisa don Lonardo, ma ritennero di non tentare «“l’impossibile” – per dirla ancora con Wiesel – non avendo ”neanche esaurito il possibile”».

Ad essere accusato di neutralità è invece Pio XII, ma spezzarla, spiega ancora il sacerdote, «avrebbe voluto dire condannare altri a subirne le conseguenze», come era accaduto in Olanda dove la condanna della deportazione da parte dell’episcopato fiammingo portò ad un inasprimento delle misure anti-ebraiche. «In attesa di documenti più certi, come quelli che rivelerà l’apertura, quest’anno, degli Archivi segreti vaticani relativi al periodo del conflitto mondiale, ciò che si può ipotizzare è che il pontefice fu consapevole che uno schierarsi apertamente contro il regime avrebbe voluto dire esporre ad immani pericoli i cristiani non solo della Germania ma di tutti i Paesi occupati, aumentando a dismisura lo sterminio dei civili e perdendo ogni possibilità concreta di intervento personale sul territorio», come invece è stato. A dirlo sono le tante ricerche in corso, le tante testimonianze e, da ultimo, i memoriali dei monasteri di clausura romani dei Santi Quattro Coronati e di Santa Susanna relativi al periodo ottobre 1943-giugno 1944. Studi che consentono di accertare un numero – si crede al ribasso – di circa 4.500 ebrei, ospitati nelle case religiose.

Don Lonardo chiude l’intervento ricordando la figura di Giorgio Perlasca al quale fu chiesto perché aveva salvato 5mila ebrei ungheresi. «Alla fin dei conti – fu la risposta del commerciante italiano e lo spunto di riflessione sulla necessità di agire dinanzi al male – io ho avuto un’occasione e l’ho usata. Da noi c’è un proverbio che dice: l’occasione fa l’uomo ladro. Ebbene, di me ha fatto un’altra cosa».

19 gennaio 2015