Il presidente Cei Zuppi: «La Chiesa e i cristiani credono nella pace»

Il cardinale ha introdotto i lavori della 77ª Assemblea generale, mettendo a fuoco la preoccupazione per la «pandemia» della guerra, ma anche, tra gli altri, il tema degli abusi, la quesitone della natalità e dell’accoglienza, la casa e il lavoro e l’urgenza di «ripensare l’annuncio cristiano»

«La nostra comunione è presieduta e rafforzata dalla parola del Santo Padre, cui guardiamo anche come Primate d’Italia e che quest’anno ci onora per ben due volte della sua presenza». Sono le parole pronunciate dal cardinale presidente della Cei Matteo Zuppi aprendo questa mattina, 23 maggio, i lavori della 77ª Assemblea generale dei vescovi italiani, in Vaticano fino a giovedì 25. «Ieri abbiamo vissuto con lui un momento di dialogo franco e largo», ha detto riferendosi all’incontro riservato con i vescovi; «giovedì avremo l’opportunità di ascoltare nuovamente le sue parole insieme ai referenti del Cammino sinodale», ha aggiunto. Zuppi si è fatto quindi voce della «profonda gratitudine» dell’Assemblea al Papa, per «il suo affetto per la nostra Chiesa e l’Italia tutta», ma anche «per i dieci anni di pontificato, per i grandi doni alla Chiesa, le preziose indicazioni offerteci e le visite apostoliche in tanti luoghi del Paese». Gratitudine che «si esprime nella preghiera per lui, ma anche nella condivisione intelligente e affettuosa delle sue preoccupazioni».

Nell’introduzione del cardinale, immancabile la vicinanza e la solidarietà per l’Emilia Romagna, «piegata dalla furia delle alluvioni, dalle esondazioni dei fiumi e dalle tante frane. Anche questa volta – ha rimarcato – piangiamo per esserci presi troppa poca cura della nostra Casa comune». Gratitudine, quindi, a quanti «si stanno prodigando per portare aiuto concreto e consolazione, fino ai luoghi più isolati» ma anche «ai sacerdoti, alle parrocchie e agli istituti religiosi, ai tanti volontari che generosamente e spontaneamente si sono organizzati per aiutare in questo vero e proprio “ospedale da campo”. Tra di loro vi sono molti ragazzi e giovani. L’impegno – ha aggiunto – è mantenere lo stesso spirito di solidarietà e di comunità nei prossimi mesi e forse anni per riparare quanto la furia delle acque ha rovinato».

Punto di partenza della riflessione del presidente dei vescovi, la preoccupazione per la pace, «oggi specialmente in Ucraina con “un popolo martoriato”», ha affermato citando le parole di Papa Francesco. «Gli siamo grati per la sua profezia, così rara oggi, quando parlare di pace sembra evitare di schierarsi o non riconoscere le responsabilità. La sua voce si fa carico dell’ansia profonda, talvolta inespressa, spesso inascoltata, dei popoli che hanno bisogno della pace. La guerra è una pandemia – ha rimarcato -. Ci coinvolge tutti. “Dove sono gli sforzi creativi di pace?”». Questa, per il porporato, la domanda da cui lasciarsi inquietare, sulla quale il Papa si è interrogato nel recente viaggio in Ungheria, constatando il deterioramento delle relazioni internazionali, che, nelle parole di Francesco, portano con sé il «triste tramonto del sogno corale di pace, mentre si fanno spazio i solisti della guerra». E anche a livello internazionale, continuava ancora il pontefice, anche la politica, «dimentica della maturità raggiunta dopo gli orrori della guerra», pare «regredita a una sorta di infantilismo bellico». Ma la pace può venire solo «da politiche capaci di guardare all’insieme, allo sviluppo di tutti», ricordava nell’incontro con le autorità.

«Per noi – ha evidenziato il presidente Cei – la pace non è solo un auspicio, è la realtà stessa della Chiesa, che germina – come il segno di pace – dall’Eucaristia e dal Vangelo. La Chiesa e i cristiani credono nella pace, siamo chiamati a essere tutti operatori di pace, ancora di più nella tempesta terribile dei conflitti». Come è già accaduto nella seconda guerra mondiale e come ricorda la Pacem in terris di Giovanni XXIII. «Siamo il popolo della pace, a partire da Gesù che è la nostra pace. Lo siamo per la storia del nostro Paese, per la sua collocazione nel Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud, ma anche tra Est e Ovest. Lo siamo, mi sembra, per le radici più profonde e caratteristiche del nostro popolo. Come cristiani italiani, con il Papa, siamo chiamati a una fervente e insistente preghiera per la pace in Ucraina e perché “si affratellino tutti i popoli della terra e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace” », l’invito sulla scorta dell’enciclica di Giovanni XXIII. Il presidente dei vescovi lo  ribadisce con fermezza: «C’è una cultura di pace tra la gente da generare e fortificare. Tante volte l’informazione così complessa spinge all’indifferenza, a essere spettatori della guerra ridotta a gioco. La solidarietà con i rifugiati – quelli ucraini, ma non solo – è un’azione di pace. I conflitti si moltiplicano – ha proseguito -. Penso al Sudan e al suo dramma umanitario. In un mondo come il nostro non possiamo prescindere da una visione globale». Per Zuppi, «seguire le vicende dolorose dei Paesi lontani, con la preghiera e l’informazione, è una forma di carità. Del resto la cultura della pace è un capitolo decisivo della cultura della vita, che trae ispirazione dalla fede».

Oggi «siamo in un tempo emozionale e soggettivo che rivela e accentua processi di deculturazione: tutto diventa fluido, anche quello che ieri sarebbe stato impensabile. Cadono saldi riferimenti, mentre ci si esalta (e poi ci si deprime) nella drammatica vertigine della soggettività dell’io isolato, cui sembra che tutto parta da lui. La fede crea una cultura della vita attraverso esistenze e pensieri impregnati di essa». In questo orizzonte, «da due anni abbiamo iniziato il Cammino sinodale», partendo «dalla vita concreta delle nostre comunità e dai segni dei tempi, cioè dai nostri compagni di strada». Ora il passaggio «dalla fase narrativa passiamo a quella sapienziale, dall’ascolto al discernimento». E la sapienza «è sinonimo di discernimento. Dono da chiedere al Signore nella preghiera, conseguenza anche della povertà dalle ricchezze», sull’esempio di Salomone. Ma non ci sarà vero discernimento «se non sapremo continuare ad ascoltare cosa lo Spirito continua a chiederci anche in questa seconda fase del nostro percorso», ha affermato il cardinale, guardando anche alle «fatiche» emerse nella prima fase del Cammino sinodale. «Il processo, però, è avviato e procede, grazie alla dedizione di tanti». L’omaggio, tra gli altri, è ai referenti diocesani, che «hanno svolto un ruolo decisivo e promettente». Il Cammino sinodale «ci educa al discernimento e alla lettura dei segni dei tempi. Insieme: spesso una “coscienza isolata” non arriva a vedere dove invece giunge uno sguardo comunitario e sinodale. Timidezza e pessimismo non sono fondati. Solo il Signore conosce i nomi di quanti fanno parte di questo popolo. Se non ascoltiamo queste parole mettendole in pratica, corriamo il rischio di un ripiegamento identitario. Rischiamo di essere irrilevanti nella vita di troppi e nella storia, nascondendo il talento per paura o pigrizia».

L’esortazione di Zuppi è a far rivivere «lo spirito di Paolo, quella capacità di abbattere i muri dell’abitudine, d’incontrare audacemente persone e mondi nuovi ed entrare in relazione con il “popolo numeroso” delle nostre città. Sotto l’ispirazione e la protezione dell’apostolo si attua la conversione pastorale. È un fatto storico, di cui portiamo la responsabilità di fronte a Dio e al futuro della Chiesa. “Continua a parlare”: non è una novità, ma si deve aprire una stagione di più intenso impegno in questo senso – ha incalzato -. Tutti, laici, giovani e adulti, anziani, sacerdoti, religiosi, devono impegnarsi in un grande e rinnovato colloquio con le persone del proprio ambiente e andare oltre. Gli ascoltatori della Parola di Dio devono parlare». In questo senso, è «significativo», per il presidente dei vescovi, «il desiderio di molti giovani – circa 60mila – di partecipare alla Gmg di Lisbona. Le difficoltà ci sono con il mondo giovanile, come sappiamo; ma le più grandi difficoltà sono la paura e l’impazienza».

Il cardinale ha riportato all’attenzione dei vescovi anche il tema degli abusi e della «sofferenza da essi provocata, che spinge ad affrontarli con un rinnovato impegno, senza opacità, ingenuità, complicità e giustizialismi». Ha citato le Linee guida e ricordato l’incontro da poco vissuto con alcune vittime, familiari e sopravvissuti, da cui viene la «conferma della nostra scelta di continuare nel dialogo intrapreso con chi ha vissuto in prima persona questo dramma». Si tratta, ha sottolineato, di una «tappa essenziale del cammino per consolidare e rendere più efficaci le attività di formazione e prevenzione messe in atto dalle Chiese in Italia attraverso la rete territoriale dei Servizi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili». Ancora, ha parlato di «crisi della famiglia» e della sua ricaduta sulla natalità. «Secondo alcuni demografi, siamo un Paese in estinzione», sono le parole di Zuppi, secondo cui questa crisi «ha a che vedere anche con l’accoglienza di migranti e la loro inevitabile integrazione nella nostra società». Accoglienza e natalità, dunque, come questioni che «si completano e nascono dal desiderio di guardare al futuro. È sbagliato – ha ribadito – contrapporre o separare valori etici e valori sociali: sono la stessa cultura della vita che sgorga dal Vangelo! La cultura della vita sa che essa nasce e cresce nella famiglia e che tutto non dipende dal proprio volere soggettivo che arriva a giustificare la cosiddetta maternità surrogata, che utilizza la donna, spesso povera, per realizzare il desiderio altrui di genitorialità».

Nell’analisi del presidente dei vescovi, «è la triste società della paura. Chiudere le porte a chi bussa è, alla fine, nella stessa logica di chi non fa spazio alla vita nella propria casa – la riflessione -. Del resto abbiamo bisogno di migranti per vivere: li chiedono l’impresa, la famiglia, la società. Non seminiamo di ostacoli, con un’ombra punitiva, il loro percorso nel nostro Paese! C’è un livello di difficoltà burocratica che rende difficile il percorso d’inserimento, i ricongiungimenti familiari, il tempo lungo per ottenere i permessi di soggiorno, mentre si trascurano i riconoscimenti dei titoli di studio degli immigrati o ancora si rimanda una decisione sullo ius culturae. Intanto la regolarizzazione del 2020 attende in parte di essere ancora espletata. Non è dare sicurezza, anzi esprime la nostra insicurezza».

Ancora, tra i nodi problematici messi in luce da Zuppi, il tema della casa e del lavoro, «per crescere e generare vita», con la problematica del «lavoro povero» e della «precarietà». Inevitabile il riferimento al decreto lavoro, che «prevede strategie di detassazione che, seppur lodevoli, non sono configurabili come una politica dei redditi o di contrasto alla povertà. Senza dimenticare che il decreto prefigura un aumento della durata e dell’applicabilità dei contratti a tempo determinato, nonché l’ampliamento dell’utilizzo dei voucher», ha evidenziato riportando l’analisi elaborata da Caritas italiana. Sul fronte casa, attenzione da parte del porporato anche alla protesta degli studenti, «spia significativa di un più vasto disagio silenzioso. C’è un’Italia che soffre – ha commentato -: i giovani, le famiglie, gli anziani, i senza casa, i precari, i poveri. La solitudine è una povertà in più». Gratitudine, quindi, per «i cristiani, i sacerdoti e religiosi, impegnati perché nessuno sia solo: sono una risorsa meravigliosa per l’Italia, umile e spesso poco riconosciuta».

Tra le priorità che «attendono risposte», anche poveri e anziani. Guardando al processo che mira ad «aggiornare il dettame costituzionale alle nuove esigenze del tempo», il cardinale ha sottolineato la necessità di «adottare politiche che abbiano un’attenzione particolare ai più deboli: non solo a quanti si trovano in uno stato di povertà economica, ma anche a quanti sono segnati dalla malattia, a quanti vedono violati i propri diritti fondamentali, a quanti attendono una sentenza giusta e celere. Aspettiamo – ha continuato – la definizione del promettente riordino dell’assistenza degli anziani, a favore delle cure domiciliari. È un’emergenza da affrontare con visione, perché il dono della longevità sia una benedizione e non la condanna alla solitudine o alla perdita di dignità».

Il presidente Cei ha toccato quindi il tema della lotta alle mafie e dell’educazione alla legalità, ricordando l’anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta, ma anche il trentesimo anniversario del discorso di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi ad Agrigento, il 9 maggio 1993, al quale seguirono «l’attentato mafioso a San Giovanni in Laterano, quando la cattedrale del Papa fu colpita dal terrorismo, fatto unico nella storia, e l’uccisione di don Pino Puglisi, prete che aveva fatto dell’educazione dei giovani il terreno di liberazione dalla mafia». Zuppi non ha dubbi: «Le mafie non sono scomparse oggi, anzi si sono estese nel Centro-Nord». Laddove  «il tessuto sociale è slabbrato, lo Stato lontano, la gente sola, disperata, povera, la scuola indebolita, c’è terreno di crescita per le mafie». Al contrario, «la Chiesa, comunità viva e generosa, resiste alla forza disgregativa. Non siamo il resto del passato, ma – con i nostri limiti – operiamo per la liberazione dal male e siamo nel cuore dello slancio dell’Italia verso il futuro».

L’esortazione del cardinale è a «ripensare l’annuncio cristiano, a cominciare dalle proposte della catechesi, dei sacramenti, della pastorale dei ragazzi, l’ambito della formazione, da quella iniziale dei seminaristi a quella permanente dei presbiteri, nonché dei laici in generale, dei futuri insegnanti di religione, e così via. Si tratta di una questione che richiede un impegno convergente di tante forze», ha rilevato. Infine, la segnalazione di due ambiti, dalle indicazioni provenienti dalle Conferenze episcopali regionali. «Il primo riguarda il ministero episcopale in sé e nel quadro della collegialità»; il secondo riguarda la Cei «intesa come struttura composta da Uffici, Servizi e Organismi a servizio dei vescovi e delle realtà diocesane che sono in Italia, per quella “conversione missionaria” auspicata Papa Francesco». Da ultimo, l’invocazione allo Spirito Santo, «perché ci doni un grande entusiasmo comunicativo: lo doni al popolo di Dio, perché tutti parlino in modo ispirato, annunciando la fede e il senso di una vita piena, vissuta non per sé stessi. La Pentecoste – questa Pentecoste 2023, in pieno Cammino sinodale – è il nostro programma».

23 maggio 2023