Il vicario Reina: Roma «è un popolo che piange il suo vescovo»

Nel terzo giorno dei Novendiali, la Messa di suffragio per Francesco presieduta dal suo vicario. «Non può essere, questo, il tempo di equilibrismi. Serve una disposizione radicale a entrare nel sogno di Dio affidato alle nostre povere mani»

Roma «è un popolo che piange il suo vescovo, un popolo insieme ad altri popoli che si sono messi in fila, trovando uno spazio tra i luoghi della città per piangere e pregare, come pecore senza pastore». L’omelia del cardinale vicario Baldo Reina esprime la commozione di tutta la diocesi di Roma che stasera, 28 aprile, si è stretta in preghiera riempiendo la basilica di San Pietro per la Messa in suffragio di Papa Francesco, celebrata dal porporato nel terzo giorno dei Novendiali. Insieme a lui, hanno concelebrato il vescovo vicegerente Renato Tarantelli Baccari, i vescovi ausiliari Benoni Ambarus e Michele Di Tolve, e il vescovo Guerino Di Tora, vicario del Capitolo lateranense. Tra gli altri, presenti diverse decine di cardinali.

Pecore senza pastore, ha spiegato il porporato, «è una metafora che ci permette di ricomporre i sentimenti di questi giorni, e di attraversare la profondità dell’immagine che abbiamo ricevuto dal Vangelo di Giovanni: il chicco di grano che deve morire per dare frutto. Una parabola che racconta l’amore del pastore per il suo gregge». In questo tempo, «mentre il mondo brucia, pochi hanno il coraggio di proclamare il Vangelo traducendolo in visione di futuro possibile e concreto, e l’umanità appare come pecore senza pastore», il cardinale vicario ha esortato ad affidarsi a Gesù, che «conosce il peso che grava su ognuno di noi nel continuare la sua missione, soprattutto mentre ci troveremo a cercare il primo dei suoi pastori sulla terra».

Come al tempo dei primi discepoli, ha continuato Reina, ci sono risultati e anche fallimenti, stanchezza e timore, e si insinuano le tentazioni che velano l’unica cosa che conta: desiderare, cercare, operare in attesa di “un nuovo cielo e di una nuova terra”». Tuttavia, secondo il cardinale vicario, «non può essere, questo, il tempo di equilibrismi, tattiche, prudenze, il tempo che asseconda l’istinto di tornare indietro, o peggio, di rivalse e di alleanze di potere, ma serve una disposizione radicale a entrare nel sogno di Dio affidato alle nostre povere mani».

novendiali per papa francesco, baldo reina, 28 aprile 2025In questo senso, il porporato ha invitato a rimanere lontani da «quella pigrizia mentale e spirituale che ci lega alle forme dell’esperienza di Dio e di pratiche ecclesiali conosciute nel passato e che desideriamo debbano ripetersi all’infinito, soggiogati dalla paura delle perdite connesse ai cambiamenti necessari». «Penso – ha spiegato – ai molteplici processi di riforma della vita della Chiesa avviati da Papa Francesco, e che sconfinano oltre le appartenenze religiose. La gente gli ha riconosciuto di essere stato un pastore universale e la barca di Pietro ha bisogno di questa navigazione larga che sconfina e sorprende. Questa gente porta nel cuore inquietudine e mi pare di scorgervi una domanda: che ne sarà dei processi avviati?».

Nostro dovere, ha sottolineato Reina, «dovrebbe essere discernere e ordinare quello che è incominciato alla luce di quanto la nostra missione ci richiede, nella direzione di un nuovo cielo e di una nuova terra, adornando la Sposa per lo Sposo. Mentre potremmo cercare di vestire la Sposa secondo convenienze mondane, guidati da pretese ideologiche che lacerano l’unità delle vesti di Cristo». Secondo il porporato, cercare un pastore, oggi, «significa soprattutto cercare una guida che sappia gestire la paura delle perdite di fronte alle esigenze del Vangelo, che abbia lo sguardo di Gesù, epifania dell’umanità di Dio in un mondo che ha tratti disumani, e che confermi che dobbiamo camminare insieme, componendo ministeri e carismi: siamo popolo di Dio costituito per annunciare il Vangelo».

Gesù, ha continuato Reina, «guardando la gente che lo segue, sente vibrare dentro di sé la stessa compassione di Mosè, che alla fine dei suoi giorni, guardando la moltitudine che aveva guidato, prega il Signore che quel popolo non si riduca a essere un gregge senza pastore». Quella preghiera, ha sottolineato il cardinale vicario, «è la nostra preghiera, quella di tutta la Chiesa e di tutte le donne e gli uomini che domandano di essere guidati e sostenuti nella fatica della vita, tra dubbi e contraddizioni, orfani di una parola che orienti tra canti di sirene che lusingano gli istinti di autoredenzione, che spezzi le solitudini, raccolga gli scarti, che non si arrenda alla prepotenza, e abbia il coraggio di non piegare il Vangelo ai tragici compromessi della paura, alla complicità con logiche mondane, ad alleanze cieche e sorde ai segni dello Spirito Santo».

La compassione di Gesù «è quella dei profeti che manifestano la sofferenza di Dio nel vedere il popolo disperso e abusato dai cattivi pastori, dai mercenari che si servono del gregge, e che fuggono quando vedono arrivare il lupo». Ai cattivi pastori «non gliene importa nulla delle pecore, le abbandonano nel pericolo, e per questo saranno rapite e disperse». Mentre il pastore buono «offre la vita per le sue pecore».

È di questa disposizione radicale del pastore che parla la pagina del Vangelo di Giovanni proclamato nella Messa, ha fatto notare il cardinale vicario. Parole che testimoniano come Gesù riesca a «vedere oltre la morte, quando sarebbe venuta l’ora che avrebbe glorificato la sua missione». La sua morte, ha aggiunto Reina, «è una semina che ci lascia sospesi a quell’ora, in cui il seme non si vede più, avvolto dalla terra che lo nasconde facendoci temere che sia stato sprecato». Una sospensione «che ci potrebbe angosciare, ma che può diventare soglia della speranza, fessura nel dubbio, luce nella notte, giardino di Pasqua. Se vogliamo essere fedeli al Signore – ha esortato il cardinale vicario – al chicco di grano caduto in terra, dobbiamo farlo seminando con la nostra vita. E come non ricordare il Salmo: “Chi semina nel pianto mieterà nella gioia”!»

Secondo il cardinale vicario, «ci sono tempi come il nostro in cui, come l’agricoltore a cui fa riferimento il salmista, seminare diventa un gesto estremo, mosso dalla radicalità di un atto di fede». Ma Dio «non abbandona il suo popolo, non lascia soli i suoi pastori, non permetterà come per il Figlio che Egli sia abbandonato nel sepolcro, nella tomba della terra».

Un gesto, quello così estremo ed estenuante del seminatore, che al cardinale vicario ha ricordato l’ultima apparizione di Papa Francesco nel giorno di Pasqua, «quel riversarsi senza risparmio nella benedizione e nell’abbraccio al suo popolo, il giorno prima di morire». Ultimo atto del suo «seminare senza risparmio l’annuncio delle misericordie di Dio»

Il cardinale vicario ha poi concluso: «Grazie papa Francesco. Maria, la Vergine santa che noi, a Roma, veneriamo Salus Populi Romani, che affianca e veglia ora le sue spoglie mortali, accolga la sua anima e ci protegga nel seguitare la sua missione».

28 aprile 2025