In Repubblica democratica del Congo «la gente continua a essere uccisa»
A parlare è Guilain Mathe, mediatore esperto in gestione e risoluzione dei conflitti. «Gli interessi che muovono tutto sono principalmente economici». La presa di Goma da parte dei ribelli dell’M23 ha causato oltre 4mila morti. «Ascoltare le rivendicazioni di tutti»
Suonano all’impazzata i clacson di macchine e motorini. Due esplosioni hanno messo in fuga migliaia di persone. Nel centro di Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo (Rdc), c’è chi corre, chi si mette le mani nei capelli, chi porta in braccio un proprio amico che non riesce più a camminare. L’ultimo bilancio di fonti locali parla di 13 morti e un centinaio di feriti. Avvenuta lo scorso 27 febbraio, è solo una delle ultime tragedie nel Paese, che da più di un mese sta facendo i conti con la nuova escalation tra i ribelli dell’M23 e il governo. Il gruppo paramilitare ha conquistato Goma e Bukavu, due importanti città delle regioni orientali attorno al lago Kivu, sul confine con il Ruanda. E non ha intenzioni di fermarsi. L’interesse economico nello sfruttamento delle ricchezze minerarie della regione, essenziali per i chip e per gli smartphone, è una delle ragioni dell’insurrezione.
I gruppi dell’M23, stando a quanto si legge nei rapporti delle Nazioni Unite, sarebbero sostenuti militarmente ed economicamente dall’esercito del Ruanda che è «di fatto in controllo delle operazioni», sebbene il presidente Paul Kagame abbia sempre smentito. Da gennaio, sarebbero 7mila le vittime, come ha affermato il 24 febbraio a Ginevra la premier congolese Judith Suminwa. «La guerra sta causando enormi sofferenze alla popolazione – racconta a Roma Sette Guilain Mathe, mediatore congolese esperto in gestione e risoluzione dei conflitti e consulente per i diritti umani -. La presa della città di Goma da parte dei ribelli dell’M23 ha causato più di 4mila morti e migliaia di feriti. La gente continua a essere uccisa». Mathe ha lavorato come ricercatore e docente all’Università di Losanna in Svizzera, dove nel 2018 ha discusso la sua tesi di dottorato proprio sul conflitto nella regione congolese del Kivu.
Che cosa ha potuto vedere con i suoi occhi?
Gli ospedali vengono attaccati, le chiese saccheggiate. I giovani sono arruolati dai ribelli con la forza. E se si rifiutano, vengono uccisi. I militari congolesi commettono anche violazioni dei diritti umani nei territori che controllano, saccheggiano i beni delle persone quando combattono o quando sono costrette a fuggire. Ci sono molti sfollati senza aiuti umanitari in tutta la regione del Kivu. C’è bisogno di medicinali, acqua, beni alimentari, alloggi e prodotti di prima necessità.
Qual è il suo ruolo?
Cerco di far sentire la mia voce mediaticamente nel Paese e condivido le mie analisi con tutti gli autori del conflitto, per far capire loro che bisogna cercare una soluzione politica e non militare. È necessario avviare un dialogo per creare le condizioni per la pace con tutte le parti interessate. Il governo invece si ostina a combattere, ma così a farne le spese è la popolazione. Anche la Chiesa cattolica e la Chiesa protestante si stanno muovendo in questa direzione. È importante ascoltare le rivendicazioni di tutte le parti.
Quali sono quelle dei ribelli?
Dicono che la comunità Tutsi (tra le vittime del genocidio del Ruanda del 1994, ndr), della quale fanno parte anche i gruppi dell’M23, sia ancora minacciata di sterminio. Ma questo non è vero, perché è una delle minoranze più rappresentate sia nella sfera politica sia in quella militare. Gli interessi che muovono tutto sono principalmente quelli economici.
Quali sono quindi le vere cause del conflitto?
Sono molteplici: la questione della cittadinanza di una parte delle popolazioni ruandesi dell’est del Congo; il problema dei flussi di rifugiati mal gestiti tra il Ruanda e la Rdc; conflitti fondiari; sfruttamento illecito delle ricchezze naturali; cattiva ridistribuzione delle risorse, impunità per le violazioni dei diritti umani nei conflitti passati e mala gestione della sicurezza.
La comunità internazionale come si sta muovendo in questo senso?
Non sta facendo abbastanza. Molti Paesi europei stanno aiutando il Ruanda in molti settori, soprattutto in quello della sicurezza. L’esercito beneficia così del sostegno militare di numerosi Stati occidentali. Tuttavia, molti rapporti dell’Onu hanno mostrato come il Ruanda fornisca poi a sua volta uomini e armi ai ribelli dell’M23, che uccidono e saccheggiano le risorse nell’Est del Congo e attaccano anche i caschi blu dell’Onu.
Che soluzione vede?
È necessario che gli Stati portino avanti coraggiosamente sanzioni finanziarie per obbligare il Ruanda a rinunciare al suo sostegno alla guerra. Se i Paesi occidentali fanno pressione, il Paese fermerà le insurrezioni nel Kivu. Poi non mi capacito di come l’Unione europea abbia potuto firmare l’anno scorso l’accordo con il Ruanda sulle materie prime critiche (il Parlamento europeo, a larga maggioranza, ne ha chiesto la sospensione una decina di giorni fa, dopo l’escalation del conflitto, ndr). Le risorse esportate dal Ruanda come stagno, tungsteno, oro e niobio appartengono al Congo e vengono saccheggiate dai ribelli.
In questi giorni si parla anche di una nuova malattia misteriosa.
So che ha già causato sessanta morti. La guerra non aiuta a interrompere il focolaio, perché i ribelli cercano di impedire il più possibile gli aiuti umanitari. Molti operatori se ne sono andati.
La sua attività di mediazione ha già dato qualche risultato?
Ancora no. Di recente, ho anche chiesto l’appoggio della comunità di Sant’Egidio per sostenere gli sforzi volti a una soluzione negoziata del conflitto. È l’unica strada da intraprendere per la pace.
7 marzo 2025

