Incontro mondiale: la famiglia, tesoro da far vivere e condividere

La vocazione familiare nella società odierna, al centro della seconda giornata di lavori del Convegno teologico-pastorale, in Aula Paolo VI. Fra i temi, l’uso di internet e la ricchezza del digitale, l’accoglienza dei migranti, le dipendenze e la violenza domestica

Focalizzandosi nello specifico su ‘”Identità e missione della famiglia cristiana”, il secondo giorno dei lavori del Convegno teologico-pastorale, organizzato in Aula Paolo VI nel contesto del X Incontro mondiale delle famiglie, ha visto riflettere sulla specifica vocazione della famiglia nella società odierna gli oltre 2mila delegati del mondo presenti a Roma e i tanti altri partecipanti collegati on-line. Presentando la famiglia quale «base strutturante nella formazione dell’essere umano», Benoit e Veronique Rabourdin, della diocesi di Parigi, hanno tenuto la conferenza di apertura della mattinata di testimonianze e hanno offerto in particolare 3 spunti di riflessione, guardando alla famiglia quale tesoro donato da Dio, un tesoro da dissotterrare e far vivere e poi da condividere.

I due coniugi, sposati da 35 anni, genitori di cinque figli e nonni di altrettanti nipoti, sono partiti dalla loro personale esperienza per presentare «4 chiavi per avanzare nella buona direzione nel matrimonio: in primo luogo passare dall’utilitarismo alla logica del dono, imparando a servire l’altro, non a servirsene»; di seguito, «la pianificazione di tempi privilegiati da vivere sia in famiglia che come coppia – sono ancora le parole dei relatori – e l’attenzione a dedicare tempo e spazio per vivere la preghiera». Da ultimo, l’invito a «rianimare la fiamma, nutrendo il proprio amore con legna sempre nuova» per essere così in grado di «trasmettere ad altri, vivendo il ruolo missionario della famiglia, la gioia dell’amore», hanno concluso i coniugi francesi.

La seconda parte della mattinata è  stata caratterizzata da due panel, dedicati rispettivamente a “Essere cristiani nell’era digitale” e a “Vocazione e missione nelle periferie esistenziali”. Il primo modulo di confronto è stato moderato da Raffaele Buscemi, giornalista ed esperto di social e comunicazione digitale, che ha sottolineato come «internet è uno strumento, e può  essere utilizzato sia positivamente che negativamente, ma la nostra identità  è la stessa e non cambia né  dentro né  fuori dalla rete». Del valore degli strumenti digitali hanno trattato nel loro intervento Guillarme e Sandrine, francesi e appartenenti alla “Missione Cana”. In particolare hanno riferito di un’esperienza maturata e portata avanti durante il primo lockdown «con la proposta di una serie di video-riflessioni di cui le famiglie potevano fruire dal loro divano» e che, «a partire dai diversi ambienti della casa, permettevano di riflettere su alcune dimensioni legate alla vita familiare». L’invito dei due sposi è  stato quello di «fare attenzione alla qualità dei materiali utilizzati e proposti per la diffusione online, puntando in alto sia per quanto riguarda la forma che rispetto al contenuto».

Anche i giovani sposi Gustavo e Fabiola, provenienti dal Brasile, hanno evidenziato la ricchezza della rete e del digitale, e l’utilità di questi strumenti, «che sono un vero e proprio “ambiente” che noi abitiamo», nell’evangelizzazione. In particolare hanno voluto guardare «alle risorse che ci sono, senza sminuire i potenziali rischi e pericoli», suggerendo tre parole-chiave per un corretto utilizzo dei mezzi si comunicazione digitale: identità, dialogo e testimonianza. L’essere testimoni autentici e coerenti è stato il nucleo centrale della testimonianza dei coniugi Massimo e Patrizia Poloni, chiamati a intervenire  su “Trasmettere la fede ai giovani”. Romani, ma in missione itinerante in Olanda da 18 anni, i due sposi e genitori di 12 figli  aderiscono al Cammino neocatecumenale. «Nella pastorale con e per i più  giovani – hanno evidenziato raccontando l’esperienza positiva del percorso del post-cresima che vivono e che favorisce la partecipazione alla vita della Chiesa di tanti adolescenti -, è di fondamentale importanza la testimonianza familiare», a dire che «non esistono tecniche o metodi particolari ma ognuno può  dare solo ciò  che ha a sua volta ricevuto: l’amore».

Il secondo panel della mattina è  stato moderato da Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma, e dalla moglie Adriana Bizzarri e ha avuto per focus il ruolo delle famiglie nell’aiuto alle periferie esistenziali, in particolare quelle dei migranti, delle dipendenze e della violenza domestica. A intervenire per primi Isabelle e Francois, da Liegi, proponendo la loro testimonianza relativa all’accoglienza e all’accompagnamento di profughi curdo-siriani portata avanti con la Comunità di Sant’Egidio. Tre gli aspetti evidenziati: «Per accogliere davvero servono l’ospitalità del buon samaritano e dell’albergatore della parabola evangelica – hanno detto -, la gratuità di tempo e servizio e infine la generosità, che è il contrario dell’individualismo contemporaneo».

Maria Paula e Valerio, provenienti dalla Patagonia e appartenenti alla Comunità Papa Giovanni XXIII, hanno spiegato che per aiutare le persone a uscire dalla dipendenza da droga o alcool serve l’amore. «La terapia che noi offriamo – hanno detto – è quella della verità e della responsabilità ed è molto semplice: si tratta di condividere e non di offrire un servizio. Noi li amiamo e poiché  li amiamo allora li guariamo». In conclusione, la riflessione offerta da Christauria e Michael, dagli Stati Uniti, sul problema della violenza domestica, che – hanno precisato – «riguarda almeno 125milioni di donne sopra ai 15 anni nel mondo, ed è  aumentata con la pandemia di coronavirus». Mentre «Gesù ha mostrato amore nei confronti della donna – hanno detto i due relatori -, restituendole quella dignità che la violenza nega e che è contro la natura stessa dell’amore coniugale».

24 giugno 2022