La bellezza, tra Leopardi e Dante: «Presenza che vuole raggiungere il cuore»
Ultima riflessione di Nembrini, per il ciclo quaresimale “Ed io che sono?”, dedicato al poeta di Recanati. Don Fabio Rosini: «Viaggio a contatto con il nostro cuore»
È nell’impossibilità di definirla con le parole che sta e consiste quella bellezza infinita che spinge l’uomo alla ricerca di un senso profondo per la propria vita. Così come Dante, nel Paradiso, non ha potuto che avvicinarla tramite la metafora dei tre cerchi concentrici, anche Leopardi nel canto “Alla sua donna” si dice incapace di descriverla se non esprimendo la nostalgia che di lei, vero oggetto del desiderio, prova quando ne sperimenta l’assenza su questa terra.
Rendendo Dante e Leopardi compagni di viaggio, tra loro e nostri, Franco Nembrini, professore e saggista, ha presentato nella basilica lateranense ieri sera, 29 marzo, «una delle poesie meno note e mai sufficientemente ripresa» del poeta di Recanati, chiudendo il ciclo quaresimale di 5 incontri promosso dalla diocesi di Roma e intitolato “Ed io che sono? Letture scelte di Giacomo Leopardi”. Di un «viaggio a contatto con il nostro cuore» e che «ci ha spinto e obbligato a guardarci dentro» ha parlato nel suo saluto iniziale anche don Fabio Rosini, direttore dell’Ufficio diocesano per le vocazioni, riconoscendo nella proposta di approfondimento letterario e spirituale per questa Quaresima «un grande dono» e auspicando che «il rapporto privilegiato che la fede cristiana ha con la bellezza e la grandezza» affini in ciascuno «il palato fine», affinché «non ci facciamo portare via dalla mediocrità».
Per condurre al «vertice del riconoscimento del vero» a cui Leopardi stesso conduce in questo suo canto del 1823, Nembrini ha risalito i gradini di una scala che, soli, permettono di godere di una tale vista: serve il riconoscimento del fatto che il poeta di Recanati «non può essere ridotto all’etichetta di pessimista» perché è invece «un grandissimo realista e in questo sta la sua posizione più vera e più umana»; occorre poi ascendere alla consapevolezza che per Leopardi «la virtù suprema è l’obbedienza alla realtà», che offre all’uomo «la vita come occasione» da cogliere mediante «un corretto uso della ragione». Per due strade diverse – la fede e la ragione – Dante e Leopardi pervengono allora alla stessa meta: «L’evidenza di una presenza che ha la pretesa di raggiungere il nostro cuore», ha spiegato Nembrini.
Il poeta fiorentino esce dalla selva oscura animato dall’amore per una donna, che è immagine di una bellezza più alta; il poeta di Recanati «dedica a una donna di cui non parla» una poesia nella quale «descrive la bellezza infinita di Dio a cui tutti noi aspiriamo e della quale non può fare esperienza – sono ancora le parole dell’esperto – e ne parla come di una misteriosa esistenza, di cui si intuisce la presenza per la malinconia che la sua assenza genera». Personificando quindi la tensione al bello e al vero in una donna, «l’unica che valga la pena di amare davvero», Leopardi «dichiara di averla desiderata sempre – ha detto Nembrini – e che con lei la vita su questa terra sarebbe come quella in cielo», elevando dunque il suo sguardo di non credente verso «una divinità che non si è degnata di venire quaggiù, sdegnando la mortalità e questa vita votata alla morte».
Nonostante questa incuranza «della felicità sua e umana in genere», Leopardi si definisce «ignoto amante» di questa superiore presenza-assenza, compiendo «un puro atto di adorazione al Dio a lui sconosciuto», ha illustrato lo studioso. Da qui l’interrogativo espresso da Nembrini: «Come ha fatto Leopardi a non accorgersi che invocava come assente una realtà presente?», ossia come ha potuto non riconoscere nella fede cristiana la risposta alla sua domanda di senso profondo. Riferendo dapprima le motivazioni offerte dagli studiosi relative alla formazione culturale e familiare di Leopardi, Nembrini è passato poi a considerare un’ipotesi avanzata da don Luigi Giussani, secondo il quale Leopardi «forse non ebbe amicizie sufficienti». A dire che «il cristianesimo lo capisci se qualcuno nella tua vita ti è così amico da suscitare in te quella curiosità destata dalla nostalgia per quella realtà alta che si manifesta con segnali inequivocabili», sono ancora le parole del saggista. Ci vuole cioè la dimensione affettiva e relazionale per fare proprio «un presentimento del vero», in quanto «bisogna che Dio sia da noi esperito» e non solo pensato, ha concluso Nembrini.
Definendo Leopardi «un vero amico» che «con la bellezza del suo canto ci affascina e che con il suo grido ci interroga», il cardinale vicario Angelo De Donatis nelle sue riflessioni finali ha proposto la preghiera del salmo 22, «quello che troviamo sulle labbra di Cristo sulla croce il Venerdì Santo» ossia «il grido di chi si sente abbandonato» perché «Dio sembra lontano nello spazio e nel tempo». Il salmo «con parole simili a quelle scritte dal poeta descrive una tortura, ma più doloroso del tormento fisico è chi banalizza il grido di chi soffre», ha osservato il cardinale, sottolineando come di colpo «tutto cambia e una inaspettata salvezza viene donata» perché «Dio risponde». Da ultimo, De Donatis – che ha invitato anche a pregare per la salute di Francesco, da ieri pomeriggio ricoverato al Gemelli – ha ricordato che «la relazione vera con Dio porta già con sé la salvezza», manifestata «nella notte di Pasqua nel volto splendente di una madre che è la Chiesa».
30 marzo 2023

