La Chiesa di Roma in assemblea con il Papa, Damilano: un «segno di speranza»
Intervista all’ex direttore dell’Espresso, che a San Giovanni offrirà una sintesi del cammino compiuto verso l’appuntamento del 25 ottobre. La Città eterna, «specchio di disuguaglianze e ingiustizie». Casa, lavoro, salute e scuola: i «diritti della cittadinanza»
Problemi antichi che sembrano indelebili ed emergenze nuove alla ribalta. Come far uscire Roma dalle sabbie mobili? Secondo Marco Damilano, giornalista e conduttore su Rai 3 del programma “Il Cavallo e la Torre”, non c’è altra strada se non quella di un ritorno a una vera vita democratica. Con la Chiesa a giocare un ruolo da protagonista anche nel dibattito pubblico. L’ex direttore dell’Espresso parteciperà, venerdì 25 ottobre, all’assemblea della diocesi di Roma con Papa Francesco e il vicario generale Baldo Reina nella basilica di San Giovanni in Laterano. Un incontro promosso a conclusione del percorso “(Dis)uguaglianze”, portato avanti in occasione del cinquantesimo anniversario del convegno sui “mali di Roma” del 1974. Damilano offrirà una sintesi del cammino compiuto in questi mesi.
Che cosa l’ha colpita di più dei risultati?
Roma è diventata uno specchio di disuguaglianze e ingiustizie. Su alcune grandi questioni sembra quasi inchiodata alle emergenze storiche. Mi ha colpito la solitudine in cui riversano tanti cittadini romani. Poi ci sono gli aspetti positivi: il tasso di occupazione cresciuto (anche se in maniera diseguale) e una ritrovata voglia di ascolto e di dialogo di tutta la Chiesa di Roma. Che in sé è già una risposta di speranza.
Quali sono le emergenze storiche? E quali quelle attuali?
Per esempio, quella abitativa. Adesso molti di questi problemi sono stati superati, ma ce ne sono altri. C’è una crescita disuguale intorno al Grande raccordo anulare. Sono sorti quartieri privi di servizi, mentre il centro è sempre più disabitato. Inoltre, la partecipazione democratica è sempre più complicata. È come se, in presenza di una disuguaglianza che spinge tutti a giocarsi una partita di sopravvivenza quotidiana, non si creda più che l’aggregazione e la partecipazione possano cambiare le cose.
L’assemblea diocesana può essere un segno di speranza?
Certamente. Papa Francesco ripete sempre che l’unità è più forte del conflitto. Da questo punto di vista gioca un ruolo cruciale anche la cittadinanza per gli stranieri, sulla quale è presente una grande discussione politica. In città è un tema particolarmente sentito perché nelle scuole e in tanti altri settori il peso numerico dei nuovi italiani è grandissimo. Poi c’è una questione di cittadinanza per i romani, che non si sentono più in possesso dei loro diritti.
Qual è dunque la strada da percorrere?
I quattro ambiti scelti da questo percorso (la casa, il lavoro, la salute e la scuola) segnano esattamente i diritti della cittadinanza. Bisogna sposare questi punti come riaffermazione di un impegno. E ribadire che la comunità ecclesiale, con il resto della Capitale, vuole essere essa stessa un luogo di cittadinanza e un ambiente inclusivo. Alla Chiesa spetta denunciare le emergenze ed essere segno di speranza e di liberazione.
Il vicario Reina ha affermato infatti l’esigenza di una presenza maggiore nel dibattito pubblico.
Negli ultimi decenni c’è stato un allontanamento della Chiesa dall’impegno politico diretto. Oggi invece c’è una nuova richiesta di partecipazione. Penso alla Settimana sociale di Trieste. I credenti non possono e non vogliono più tirarsi fuori. Credo che ci sia l’esigenza di riprendere la parola sulle grandi questioni per restituire linfa alla democrazia con pensiero, idee e unità. E di tutto questo il mondo cattolico è estremamente ricco.
Siamo alla vigilia del Giubileo. Come vede la situazione dei cantieri?
La vera questione non sono i cantieri. L’enfasi su questo aspetto finisce per oscurare altre gravi emergenze. Il Giubileo giunge nella fase peggiore della storia, con delle guerre spaventose. Roma sta arrivando a questo appuntamento in modo indifferente, nonostante l’impegno diretto in prima persona di Papa Francesco. Se l’unico segno tangibile dell’arrivo del Giubileo è la presenza e il ritardo dei cantieri, siamo già di fronte a una sconfitta.
Tra i protagonisti dell’Anno Santo ci saranno i giovani, chiamati dal Papa a essere pellegrini di speranza. Dal convegno però emerge che si sentono inascoltati.
Sono le principali vittime. La loro condizione è aggravata dalla situazione demografica. Il Covid poi li ha privati di alcune tappe fondamentali della crescita. Abbiamo di fronte una serie di ferite visibili, come i tanti disagi mentali che non sembrano toccare la politica. Penso a un’intervista fatta dal Corriere della Sera a Ultimo, il cantautore romano, che disse: «Io non conosco nessun coetaneo che voti o che preghi». Due verbi apparentemente lontani, ma tenuti insieme dalla fiducia (in Dio e nelle istituzioni) che i giovani stanno sempre più smarrendo.
Tra i frutti concreti del convegno del ’74 c’è sicuramente la nascita della Caritas grazie a don Luigi Di Liegro. E oggi?
Il punto non è far nascere cose nuove, ma avere una struttura adeguata alle domande del nostro tempo. Questo nuovo percorso conferma che la Chiesa deve porsi in ascolto della città, mettendosi al servizio delle persone con strumenti moderni. È un’intuizione straordinariamente attuale e profetica. Dobbiamo essere all’altezza di questa visione e indirizzarla in maniera sempre più creativa ed efficace.
22 ottobre 2024

