La diocesi in preghiera per «chiedere a Dio il dono della pace e della giustizia»

A Santi Fabiano e Venanzio la veglia al termine della giornata di digiuno, preghiera e solidarietà per l'Afghanistan, con l'arcivescovo Palmieri. La testimonianza di padre Scalese, superiore della Missione nel Paese: «Sono 40 anni che il popolo afghano non ha pace»

Pregare «per chiedere a Dio il dono della pace e della giustizia» perché solo «il dialogo e la convivenza fraterna offrono speranza per il futuro». Così l’arcivescovo Gianpiero Palmieri, vicegerente della diocesi di Roma, ha spiegato il senso e il valore della celebrazione di ieri sera, 15 settembre, organizzata nella parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio, nel quartiere Tuscolano, al termine della giornata diocesana di digiuno, preghiera e solidarietà per l’Afghanistan. «La Parola di Dio ci aiuta ad allargare lo sguardo su quello che sta accadendo, per comprenderlo in modo più profondo – ha detto -. Tutti siamo chiamati a vivere nella pace e a sognare la Terra Promessa, cioè a credere nel Dio della promessa e della speranza». In particolare, commentando il brano biblico tratto dal Deuteronomio in cui il popolo ebraico fa la sua professione di fede in Dio, Palmieri ha sottolineato che «ogni luogo può diventare Terra Promessa, quella dove non ci sono faraoni né idoli», purché si lavori per «la fine della schiavitù di qualunque tipo». L’arcivescovo ha poi ricordato come «la Terra Promessa si realizza con gesti semplici e concreti di solidarietà, che oggi vogliamo compiere per i fratelli afghani ma sempre per chiunque è costretto a fuggire dal proprio Paese». Da qui l’invito a destinare «il frutto del digiuno di questa giornata e di quanto potrete raccogliere per contribuire all’accoglienza di queste persone, che siamo chiamati a fare sentire a casa».

Proprio nella giornata di ieri a opera della Caritas diocesana, in sinergia con la Prefettura di Roma, è stata avviata l’accoglienza di 8 nuclei familiari, per un totale di 38 persone, molte delle quali bambini, che hanno terminato il periodo di isolamento nei Covid – hotel e verranno ospitate nelle comunità parrocchiali. Si tratta di una prima parte dei nuclei totali che saranno inseriti nei programmi di solidarietà coordinati dalla Caritas diocesana, che ha anche a questo fine predisposto un fondo di solidarietà al quale è possibile contribuire. «È importante che ci sia accoglienza per queste persone – ha detto padre Giovanni Scalese, barnabita, negli ultimi 7 anni superiore della Missio sui iuris in Afghanistan, a Kabul -: hanno dovuto abbandonare tutto e si spera che qui possano ricominciare una nuova vita». Il religioso, che a lungo è stato missionario nel Paese asiatico ed rientrato in Italia lo scorso 25 agosto in seguito alla presa di potere da parte dei talebani, ha sottolineato come «i problemi non sono cominciati lo scorso 15 agosto ma sono 40 anni che il popolo afghano non ha pace, per questo spero vivamente che possa trovarla ora, ricominciando un nuovo cammino. Ho avuto l’impressione che ci sia una buona volontà di base ma adesso è importante che sul fronte politico alle parole seguano i fatti».

Scalese ha poi riferito del suo impegno pastorale in Afghanistan, «all’interno dell’ambasciata italiana di Kabul dove sorge l’unica chiesa del Paese» mentre «uscire è difficilissimo per motivi di sicurezza – basti pensare che gli attentati terroristici sono praticamente quotidiani – ma anche, negli ultimi due anni, per le rigide restrizioni legate al Covid e a motivi sanitari». Ancora, il religioso ha raccontato delle «attività che venivano portate avanti da due comunità femminili di suore a favore dei bambini del posto, specialmente quelli orfani e disabili, e che erano molto apprezzate dalla popolazione locale perché traspariva la totale gratuità del lavoro fatto». Constatando come «è un peccato che questo impegno abbia avuto termine», Scalese ha auspicato «la possibilità di ritornare a Kabul non appena la situazione si sarà stabilizzata» perché «la speranza è davvero quella che possano esserci le condizioni per la ripresa».

Infine, sottolineando «la forza della preghiera, che quando è unanime non può non venire accolta dal Padre», Scalese ha raccontato di quanto «le suore e io, partiti da Kabul l’ultimo giorno in cui sono stati possibili i voli, proprio prima delle esplosioni all’aeroporto, abbiamo sperimentato concretamente la forza della preghiera e l’intercessione di Maria, al cui cuore Immacolato ci eravamo consacrati nel 2017». Per questo, ha aggiunto, «è bello che per questa giornata di preghiera si sia scelto il giorno della memoria di Maria Addolorata, che certamente guarderà ai suoi figli».

16 settembre 2021