La fragilità umana, strada per una vita piena

Presentato nella Libreria San Paolo di via della Conciliazione dal presidente Cei Zuppi il libro “La gloria dei buoni a nulla. Piccola guida per credenti sfiduciati», di padre Detoc

In una società sempre più competitiva, in cui «domina l’idea che io devo dimostrare e far vedere chi sono» perché «è tutta una questione di prestazione», ciò che invece «funziona è dire sì a Dio, accettando la propria debolezza, piangendone o anche ridendone, dato che fa bene, talvolta, prendersi pure un po’ in giro». Così il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha sottolineato ieri sera, 3 dicembre, il «valore dell’umiltà», intervenendo alla presentazione del libro “La gloria dei buoni a nulla. Piccola guida per credenti sfiduciati”.

L’agile testo, pubblicato dalla Libreria editrice vaticana (Lev), è opera del padre domenicano francese Sylvain Detoc, docente di patristica all’Angelicum, la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, ed è stato presentato ieri sera alla libreria San Paolo di via della Conciliazione. «Il mio libro non intende dire che la mediocrità è una qualità – ha spiegato il religioso – e quindi non è un incoraggiamento a essere mediocri ma a riconoscere la realtà della nostra vita per avere un punto di partenza, perché non si tratta di rimanere in questo stato» ma di «rimettersi in cammino». Infatti, ha continuato l’autore, «nel Vangelo Gesù dà la mano a dei peccatori e li rialza e mettendoli in piedi li rende capaci di riprendere la strada o di dire una parola», ovvero, sono le parole di Detoc, «Dio ci dà fiducia e così noi diventiamo capaci».

Ancora, il religioso ha chiarito di avere tentato di esplicitare «una antropologia cristiana che guarisca dalla credenza, che crea e ha creato molte devianze, per cui l’essere umano è un angelo caduto nella materia, che deve scappare da questa realtà», mentre «lo scopo della vita dell’uomo è condividere la gloria di Dio con tutto quello che siamo». Anche per Zuppi «dobbiamo liberarci dall’idea secondo cui l’umanità è un peso e una colpa e lasciarci volere bene, partendo dalla propria umiltà e fragilità, per poi diventare forti della vera forza» laddove «è l’umanità di Dio in Gesù che ci rende pieni del Suo amore e che ci trasforma, ma a partire da e nell’umanità, non senza di essa». Troppo spesso, ha riflettuto ancora il presule, alla luce del «nichilismo, della sua tristezza e disumanità, si scappa dalla fragilità, dal limite e quindi dalla sofferenza che procurano» ma «la fragilità fa parte della vita mentre noi l’abbiamo cancellata» e ora l’unica possibilità per recuperare «l’umanità è vivere una vita piena, non accomodante né mediocre, riempiendola dello spirituale», senza dunque ricercare «l’onnipotenza ma vivendo secondo la logica dell’Amore che vince il nichilismo e fa ritrovare la fede».

In conclusione, anche padre Detoc ha affermato che «il punto di partenza è l’amore incondizionato e senza condizioni di Dio, un incapace direttore delle risorse umane che non sembra guardare ai CV delle persone poiché dà fiducia ai buoni a nulla, confermando la sua scelta e mettendo così le persone in movimento, facendo accadere l’impossibile. A noi spetta di avanzare in questo atto di fiducia che riceviamo da Dio».

4 dicembre 2024