La Pfm racconta l’eredità di De André

La storica band in concerto il 30 dicembre all’Auditorium Parco della Musica. Di Cioccio e Djivas: «Faber aveva una visione molto lucida di cosa stava succedendo e lo diceva meglio degli altri»

Il prossimo 11 gennaio saranno trascorsi 26 anni dalla scomparsa di Fabrizio De André e la sua voce ancora oggi attraversa il tempo, quasi un sussurro di ribellione e poesia che aleggia nelle strade della musica italiana. Cantore dell’umanità dimenticata, uomo che ha saputo intrecciare parole e note fino a trasformarle in dipinti sonori, capaci di raccontare il dolore, l’amore e le fragilità della condizione umana, Faber, come lo chiamavano gli amici, non è stato semplicemente un cantautore. È stato un narratore di storie, un moderno trovatore che ha dato dignità e anima a chi spesso non ha voce: gli emarginati, gli ultimi, gli invisibili. Le sue canzoni non sono solo melodie; sono veri e propri racconti che toccano il cuore e scuotono la coscienza.

Nella sua storia, un incontro speciale, quello del 1979 con la Pfm – Premiata Forneria Marconi, la band che stava portando l’Italia nel panorama internazionale del rock progressivo. Due mondi apparentemente distanti che si fondono in un’esplosione di creatività. La collaborazione con la Pfm porta una nuova veste ai capolavori di De André: i suoi testi intrisi di poesia vengono avvolti da arrangiamenti ricchi e sperimentali, dove il progressive rock amplifica la potenza delle sue storie. Da questo sodalizio nasce uno dei tour più iconici della storia musicale italiana, immortalato nel disco live “Fabrizio De André e Pfm in concerto”.

Brani come “Bocca di Rosa” o “Il pescatore” trovano nuova vita sul palco, tra virtuosismi strumentali e l’energia inconfondibile della band. Non si trattava solo di un concerto: era un dialogo tra arte e innovazione, tra la delicatezza della parola e la forza della musica. La Pfm non ha mai sopraffatto la poesia di De André, ma l’ha avvolta in una luce nuova, esaltandone ogni sfumatura. Oggi, mentre la Pfm celebra quel sodalizio unico con il tour “Pfm canta De André”, la voce di Faber risuona ancora: un invito a guardare oltre le apparenze, ad ascoltare le storie che nessuno racconta, e a scoprire la bellezza nel frammento più semplice e fragile della vita. In questa tournée invernale c’è una novità nella formazione della band: dopo nove anni, Marco Sfogli lascia il ruolo di chitarrista, passando il testimone a Giacomo Castellano. Formazione del tour invernale: Franz Di Cioccio (voce e batteria), Patrick Djivas (basso), Giacomo Castellano (chitarra elettrica), Alessandro Scaglione (tastiere), Eugenio Mori (batteria), Lucio Fabbri (violino).

Marco Sfogli ha salutato il pubblico e i compagni di band con queste parole: «Sono stati 9 anni e mezzo splendidi quelli trascorsi con la Pfm in giro per il mondo, ma ora sento il bisogno di dedicarmi alla mia carriera solista e a nuove sperimentazioni. Ringrazio di cuore tutti i miei colleghi, i fan che mi hanno sostenuto, e mando un caloroso benvenuto a Giacomo, certo che saprà emozionare il pubblico». Giacomo Castellano, il nuovo chitarrista, ha dichiarato: «La musica della Pfm mi ha accompagnato per tutta la vita, ed entrare a far parte di questa band è per me un motivo di grande orgoglio e felicità. Sarà un onore proseguire il lavoro impeccabile di Marco, che resterà per me un punto di riferimento in questa nuova avventura musicale». Ad arricchire lo spettacolo ci saranno tre ospiti speciali: Flavio Premoli, co-fondatore della Pfm, che incanterà il pubblico con le sue tastiere, Michele Ascolese, storico chitarrista di Fabrizio De André, e Luca Zabbini, tastierista e cantante dei Barock Project. In alcune date, tra cui quella di Roma, che chiude il tour invernale il prossimo 30 dicembre alla Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, il pubblico potrà anche assistere all’esibizione della band prog metal Blacksmith Tales, capitanata da David Del Fabro. Prima però della chiusura, la Pfm farà un’altra tappa nel Lazio, a Latina il 14 dicembre al Teatro D’Annunzio.

Del legame con De André e della sua eredità ci parlano Franz Di Cioccio, storico leader della Pfm e l’altrettanto storico bassista Patrick Djivas.

Oggi le contaminazioni musicali non sono più una notizia, ma voi con De André avete fatto la storia. Come è andata? E come siete riusciti a dialogare senza perdere la vostra rispettiva identità?
Franz: Intanto io avevo già un’amicizia con Fabrizio proprio perché per molto tempo ho fatto anche il session man, cioè le case discografiche chiamavano i musicisti quando serviva e così ho conosciuto Faber, una persona incredibile, e ci siamo trovati subito d’accordo. Ed è nata una bellissima amicizia soprattutto perché nello scambiarci le nostre esperienze musicali venivano sempre fuori cose molto belle, cose che lui non sapeva di Pfm e cose che noi non avevamo scoperto di lui e allora è diventata una cosa molto bella, devo dire.
Patrick: Noi abbiamo mantenuto la nostra identità perché non potevamo fare altrimenti, ma la cosa più difficile è stata mantenere la sua, fare sì che, malgrado l’arricchimento che noi potevamo dare al suo repertorio, fosse rispettata la sua personalità, la sua immagine e tutto quello che lo riguardava come artista. Infatti, questa era un po’ la paura di tutti quelli che erano contrari a questa operazione che stavamo per fare. La Pfm era composta da musicisti che avevano una preparazione musicale a trecentosessanta gradi, che non era solo di rock, ma era di classica, di jazz, di un po’ tutto. Quindi quando si è trattato di fare Fabrizio, ci siamo mantenuti a quella che era anche la sua regola, ovvero non lasciare neppure una parola al caso. Se nei testi una parola non andava bene, lui continuava a cambiarla, finché era convinto che fosse la parola giusta. Noi abbiamo fatto le stesse cose con gli accordi e con le note. Le abbiamo create e modificate finché eravamo sicuri che sarebbero stato le cose giuste.

A questo proposito, quando avete reinterpretato le canzoni di De André con il vostro stile progressive, avete dato loro una nuova veste. Cosa credete renda queste canzoni ancora così attuali e potenti per il pubblico di oggi?
Franz: Le rende così attuali e potenti perché, posso dire, facciamo questo mestiere da sempre, anzi non è un mestiere, è un piacere per noi parlare di musica, lavorare sulla musica. E quindi quando si è trattato di lavorare con Fabrizio, non abbiamo fatto una canzone, non abbiamo fatto musica, ma poesia pura, capisci? Ed era veramente molto, molto bello. Ovviamente questa cosa ha lasciato un segno indelebile, perché nessun altro degli artisti che ha lavorato sulla musica ha fatto queste cose che ha fatto la PFM. Noi abbiamo investito tanto tempo ed energie affinché il pubblico apprezzasse quello che stavamo facendo.

E oggi, Patrick, chi è il vostro pubblico? Perché apprezza ancora queste canzoni?
Forse perché quello che abbiamo fatto è senza tempo, non fa parte di un determinato periodo musicale, ma andrà sempre bene, andava bene 50 anni fa, andava bene quando l’abbiamo fatto, va benissimo adesso, andrà benissimo tra 50 anni, perché i testi di Fabrizio sono talmente ricchi e talmente pieni di punti di riferimento che valgono sempre, soprattutto per i giovani che ne hanno molto bisogno in questo momento.

Parliamo di voi: il vostro sound, che unisce virtuosismo tecnico e creatività, ha segnato un’epoca. Come fate a mantenere vivo lo spirito innovativo del rock progressivo in un panorama musicale sempre più orientato al digitale?
Franz: Un successo così significa che tu hai veramente una passione. E la passione non la fermi. Funziona il connubio tra poesia e musica; quando queste cose trovano il loro habitat, allora rimangono per sempre.
Patrick: Rock progressive è solo una definizione che aveva senso quando è nato, perché il rock era fermo a una narrazione molto semplice della musica. E quindi il progressive voleva puntare avanti attraverso le varie contaminazioni che abbiamo detto prima. E questa cosa ci è riuscita bene, abbiamo fatto una musica globale nella quale tutti i generi possono confluire per creare una unicità.

Il rock in Italia sembra aver perso lo spazio che aveva negli anni ’70 e ’80. Qual è la vostra opinione sulla scena rock italiana attuale e cosa pensate che servirebbe per rilanciarla?
Franz: Come sempre accade, e come è accaduto quando ero giovane io, ci sarà un ragazzo che avrà la passione per scomporre quello che c’è e ricomporre la musica in maniera personale. Quando ci sarà qualcuno in grado di ricomporre la musica in un modo nuovo per poterla godere sia artisticamente, sia da un punto di vista letterario che emotivo, vedrai che ci sarà un salto di qualità. Perché la musica e la poesia non si fermeranno mai!

De André è una figura che continua a ispirare generazioni di artisti. Qual è, secondo voi, l’eredità più importante che ha lasciato alla musica e alla cultura italiana?
Patrick: Senz’altro la visione alternativa della realtà, una visione che non è dettata da canoni o interessi. Fabrizio in questo senso era straordinario, aveva una visione molto lucida di cosa stava succedendo e lo diceva meglio degli altri. Non c’era retropensiero, non voleva portarti al suo mulino. Un po’ come ha fatto Georges Brassens che era il suo mentore francese, che aveva un modo suo di dipingere la realtà, anche brutale e diretto, ma come nessun altro aveva fatto prima. Bisognerebbe rileggere i testi di Fabrizio, perché ci sono significati nascosti che raccontano la realtà ancora oggi.

9 dicembre 2024