Lateranense, custode di dottrina e palestra di relazione

L’inaugurazione del nuovo anno accademico, 250° dalla fondazione, con De Donatis. «La ricerca, un dono agli altri». Anche giovani ucraini tra i 1.868 studenti dell’ateneo

Avere cura della formazione degli studenti e della ricerca con umiltà, disponibilità e coraggio. Si può così sintetizzare l’invito del cardinale vicario Angelo De Donatis che questa mattina, 15 novembre, ha aperto la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2022-2023 della Pontificia Università Lateranense. La formazione di ecclesiastici, consacrati, laici e la promozione della ricerca scientifica a servizio della Chiesa universale rappresentano i pilastri dell’università del Papa che quest’anno celebra il 250° dalla sua fondazione.

De Donatis, nella sua veste di gran cancelliere dell’università Lateranense, ha esortato i docenti a ispirarsi a sant’Alberto Magno di cui oggi si fa memoria. Il santo, che fu docente all’università di Parigi e che ebbe tra discepoli san Tommaso d’Aquino, «può essere non solo monito – ha detto il porporato -, ma soprattutto modello di capacità intellettuale e di una vita in cui i talenti ricevuti sono posti al servizio degli altri, al fiorire del pensiero di un mondo e di una Chiesa che avevano di fronte nuove sfide a cui dare risposte. E Alberto lo fece con sapienza e lungimiranza, ma soprattutto con grande umiltà», una virtù che «rende credibili, che fa cadere steccati e può concorrere a costruire un mondo in cui le scienze, l’insegnamento e la formazione diventano altrettanti veicoli di fraternità».

L’umiltà è inoltre «dote di colui che insegna, di colui che scruta il sapere alla ricerca di nuovi elementi e di rinnovate interpretazioni, di colui che – le parole di De Donatis – non esclude il nuovo ed è capace di mettersi quotidianamente in gioco, abbandonando timori o falsa prudenza, sapendo che solo così può essere veramente docente ed educatore. Un’opera che non è impegno, né professione, ma missione». I docenti, nell’espletare il loro delicato ruolo di trasmissione del sapere, saranno «formatori credibili solo se, con umiltà» sapranno orientare gli studenti che li avvicineranno per conoscere, discernere, ricevere risposte. In poche parole, se adotteranno quello che Papa Francesco indica come «lo stile di Dio». Uno stile «fatto di vicinanza, compassione e tenerezza – ha detto ancora il gran cancelliere -. Facciamolo nostro, e così l’università continuerà ad essere custode e maestra di dottrina, fucina di conoscenza e palestra di relazione».

Anche la ricerca deve essere un dono per l’altro, ha ricordato De Donatis spiegando che «la ricerca sarà credibile se riuscirà ad esprimere il suo vero senso che sta nell’avere cura della conoscenza, nell’aprire spazi inconsueti fino a quel momento, nel suscitare nuovi interessi. Il ricercatore non è un turista della scienza che guarda fenomeni, principi e postulati solo dall’esterno e superficialmente – ha aggiunto -, ma è colui che fa della scienza la meta del viaggio per renderla un dono agli altri, una risposta nei momenti lieti, ma anche nelle situazioni di dolore e smarrimento».

Presente in 14 Paesi con 29 sedi, l’università del Papa conta 1.868 studenti provenienti dai cinque continenti. Tra questi ci sono alcuni ucraini che seguono le lezioni online «non per un’emergenza sanitaria ma per un’altra emergenza questa volta voluta dagli uomini», ha detto il rettore Vincenzo Buonomo. Soffermandosi sull’impegno dell’ateneo il rettore ha specificato che bisogna guardare all’oggi e al contempo essere proiettati al futuro per «essere un credibile punto di riferimento sulle principali tematiche, sfide e obiettivi che sono richiesti da un rinnovato tempo ecclesiale e da una società che si attende dalle istituzioni accademiche, anche quelle ecclesiastiche, risposte ad interrogativi e sfide che altrimenti rischiano di essere affrontati in modo pragmatico e senza quel necessario fondamento ontologico, antropologico e dialogico che la visione cristiana può e deve offrire».

Al decano della facoltà di Diritto canonico, Paolo Gherri, il compito di tenere la prolusione sul tema “Persone e Diritto canonico: a 40 anni dal Codice rinnovato (1983-2023)”. Soffermandosi sulle riforme strutturali di Papa Francesco e nello specifico sulla costituzione apostolica “Pascite gregem Dei”, che riforma il libro VI del Codice di diritto canonico del 1983, ha annoverato tra le novità «il rilievo riconosciuto – seppure in modo indiretto – alla “vittima” dell’abuso sessuale su minore. Il minore abusato – ha detto – non è, si scusi l’improprietà del linguaggio, lo “strumento” attraverso il quale il chierico ha violato l’obbligo di continenza: così era di fatto sino ad oggi. Oggi il minore abusato è la persona alla quale è stata distrutta la vita, attraverso lo “strumento” della violazione dell’obbligo di continenza. L’abuso di minore oggi è delitto non solo per il chierico (come una volta) ma per chiunque nella Chiesa, e bisognerebbe dire “in quanto espressione della Chiesa”, si comporti in tale modo».

15 novembre 2022