Leone XIV, gli americani di Roma: «Uomo di vera preghiera»

Gioia e stupore a San Patrizio, punto di ritrovo per la comunità Usa. Nel maggio 2024 Prevost celebrò la Messa per le cresime. Il rettore padre Berrios: «È sorridente e riservato»

C’è fermento a San Patrizio a Villa Ludovisi, la “parrocchia” degli americani a Roma, in via Boncompagni, a due passi da via Veneto, dove c’è l’ambasciata degli Stati Uniti. Nel pomeriggio di venerdì 9 maggio i fedeli non sono moltissimi «perché è orario di lavoro, qui sono tutti ancora in ufficio, ma sabato e domenica è sempre pienissimo di americani», spiega il rettore padre Matthew Berrios, dei Paolisti, a cui è affidata la chiesa. Il fermento però si legge negli occhi di chi aspetta per la Messa delle 18 e anche dal capannello di giornalisti che cercano di intervistare proprio i fedeli americani. Sono tutti contenti che il nuovo Papa Leone XIV sia un loro connazionale.

Un «vero e proprio shock»: così padre Berrois descrive la prima reazione appena appresa la notizia dell’elezione. «Non ci aspettavamo un Papa americano perché è da anni che sentiamo dire che non avrebbe mai potuto esserci un pontefice statunitense finché gli Usa saranno una superpotenza economica e politica, ma ovviamente lui è la prova che era una supposizione assurda». La comunità a stelle e strisce di Roma ha dunque appreso la notizia con stupore, «ma anche con immensa gioia – aggiunge il rettore – perché sappiamo che è un uomo di vera preghiera, riservato, un po’ formale ma anche molto “alla mano”, sorridente ed è anche un fantastico “amministratore”, saprà come guidare la Chiesa».

Il cardinale Prevost, infatti, si è recato più volte a San Patrizio a Villa Ludovisi e a Santa Susanna alle Terme di Diocleziano, quando quest’ultima era ancora il punto di riferimento della comunità americana nella Capitale. L’ultima volta a San Patrizio, racconta il rettore, fu a maggio 2024, «quando ha celebrato la Messa per le Cresime», amministrando il sacramento della confermazione a oltre 40 giovani. La gioia si legge anche in chi si appresta a seguire la celebrazione, come Nancy Minghetti, pensionata, originaria di Struthers, un piccolo paese in Ohio, a un’ora da Cleveland, e che ora vive stabilmente a Baltimora, nel Maryland. Viene spesso a Roma, dove ha parte della sua famiglia e viene sempre qui a Messa. Tutte le celebrazioni sono infatti in lingua inglese: «Avevo pianificato questo viaggio da mesi e mai mi sarei immaginata di trovarmi non solo nel bel mezzo dell’elezione di un Papa ma addirittura del primo americano, sono emozionata e sorpresa ma soprattutto fiduciosa per le sorti del mondo».

Per Nancy, che nella vita ha lavorato anche nel settore della solidarietà, da logopedista, aiutando le persone a comunicare e sostenendo chi aveva problemi, gli statunitensi «devono essere orgogliosi, perché Leone XIV sarà un pastore ma anche un leader che dimostrerà le qualità» di carità, mitezza, solidarietà «di cui il mondo ha tanto bisogno». E tra chi si lascia andare a qualche commento mentre si chiacchiera con alcuni fedeli e ci si prepara all’Eucaristia, anche Daniel, che collabora con la parrocchia dando una mano in sagrestia. Americano con origini etiopi, da oltre 20 anni nella Capitale, anche se in questi anni è anche stato a New York per poi fare ritorno a Roma, secondo lui «è bellissimo che il nuovo Papa sia americano, ma in realtà la nazionalità conta fino a un certo punto. L’importante sono le idee che porta, ciò che pensa, i gesti che farà e possiamo davvero ben sperare».