Lo sport e la scelta tra «vincere o imparare qualcosa»
La testimonianza del ginnasta olimpico Yuri Chechi all’incontro conclusivo del ciclo “Sport tra epica ed …etica”, alla Sala Umberto. Con lui anche Giancarlo Fisichella e Claudio Ranieri
Sogni e sacrificio, trionfi e disfatte: è quello che a praticanti e appassionati insegna e dà lo sport. Se ne è parlato ieri sera, 4 giugno, nel Teatro Sala Umberto, dove è andato in scena un incontro divertente e istruttivo con tre campioni in diverse discipline: Claudio Ranieri, Yuri Chechi, Giancarlo Fisichella, presentati e condotti sul palco dal giornalista Marco Mazzocchi, si sono raccontati rispondendo anche alle domande di un pubblico incuriosito e numeroso. Un appuntamento, quello di ieri, con il quale si è conclusa una serie che ha visto alternarsi altri grandi atleti, da Rino Gattuso a Maurizia Cacciatori, da Ivan Basso a Valentina Vezzali: tutti vincenti, per un titolo non certo casuale: “Sport tra epica ed… etica”.
A iniziare a dire di sé, e in particolare dei suoi sogni di adolescente, è stato Fisichella, pilota di Formula 1 dal 1996 al 2009 per 231 gare e 3 bandiere a scacchi da primo in classifica. Una carriera impensabile per quel ragazzino che correva a Guidonia sui kart e per questo costretto a saltare la scuola. Degli studi Giancarlo ricorda: «In classe venivo strapazzato ogni giorno da una professoressa mia omonima, che agli esami di terza media mi disse: “Ti promuovo, ma sappi che mi vergogno di chiamarmi come te”». Fisichella conviene con il commento tra il severo e l’ironico della maestra, perché di studiare, confessa, proprio non se ne parlava ma spiega che allora era fortissimo il desiderio di affermarsi nei motori. Finché «un giorno ero a casa tranquillo quando mi chiama Minardi, della cui scuderia ero il collaboratore. Mi dice: “Ti abbiamo fatto il biglietto per l’Australia, vieni e porta il casco. Domenica corri tu». Giancarlo aveva 23 anni, e per i successivi quattordici è stato uno dei venti piloti del maggiore campionato a quattro ruote. Un sogno.
E sui sogni realizzati da ciascuno si sviluppa la trama della serata. Quelli di Chechi, per esempio, che ebbe la gloria della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta e, ancora più esaltante, il bronzo a quelle di Atene, a cui partecipò trentacinquenne contro il parere del dottor Perugia, che lo avevo operato per la rottura del tendine di Achille. Yuri racconta questo episodio citando una poesia di William Henley: «Avevo smesso ma pensai a questi versi: “Io sono il padrone del mio destino. Io sono il capitano della mia anima”, così decisi di finire la mia carriera come volevo io e non come aveva deciso il destino». Arrivò quel bronzo “dorato” e nella notte una telefonata: era il suo medico, ottantenne, che gli disse: «Yuri, grazie. Mi hai fatto capire che le cose che riteniamo impossibili si possono trasformare in possibili».
Miracoli sportivi, come pure quello di Ranieri con il Leicester, portato alla vittoria del campionato inglese due anni fa nonostante gli scommettitori pronosticassero a inizio stagione la squadra come ultima arrivata. Un sogno così travolgente da appartenere a tutti. «Mano a mano che distaccavamo le altre, arrivavano lettere da ogni parte del mondo – spiega l’allenatore di Testaccio – e ci sentivamo davvero il mondo dietro». Quel trionfo sportivo però non fu “magia” ma “alchimia”: «Non importava perdere o vincere ma dare sempre il cento per cento. In ogni situazione, in allenamento come in partita. Se voi con lo spirito inglese e io con la tattica italiana riusciamo a compenetrarci, dissi, allora possiamo fare buone cose». Più che buone. Straordinarie, forse irripetibili.
La lezione di ogni esperienza personale, di Fisichella e Ranieri come di tutti gli intervenuti a questi incontri, la riassume finalmente Yuri Chechi: «Io ho sempre considerato migliore una sconfitta pulita piuttosto che una vittoria sporca, e nello sport come nella vita ci sono due strade: vincere o imparare qualcosa». Epica del trionfo ed etica della sconfitta.
5 giugno 2018

