Medio Oriente, Patton: «La paura di entrambe le parti è vedere cancellata la propria esistenza»

Il Custode di Terra Santa parla a margine della Giornata dei volontari. E torna a invocare il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. «Al momento – spiega – la soluzione dello Stato unico o dei due Stati non è accettata da nessuno». Il caso della scuola Magnificat

Sabato pomeriggio, 19 ottobre, a Cesarea un drone si è abbattuto sulla villa di Netanyahu, il primo ministro israeliano. L’attacco non ha causato né morti, né feriti. Bibi e la moglie non erano in casa in quel momento. Pronta è stata la risposta del premier, che ha subito promesso vendetta all’Iran. Proprio nelle stesse ore, a Roma, era in corso la XVII Giornata dedicata ai volontari delle associazioni impegnate in progetti a favore della Terra Santa. L’incontro si è tenuto alla vigilia della Giornata missionaria di ieri, 20 ottobre, durante la quale Papa Francesco ha proclamato in piazza San Pietro quattordici nuovi Santi. Undici di loro sono i martiri di Damasco, gli otto frati minori della Custodia e i tre fratelli laici maroniti uccisi nel 1860. Durante i lavori del convegno era presente il Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, giunto da Gerusalemme. Il religioso ha curato l’intervento conclusivo e ha celebrato la Messa. A margine dell’appuntamento, ha risposto alle domande di RomaSette.

L’attacco a Netanyahu e la sua immediata reazione raccontano che siamo ben lontani da una tregua.
Purtroppo la logica alla quale abbiamo assistito nel corso di tutto l’anno è quella dell’occhio per occhio, dente per dente: replicare sempre immediatamente alle azioni di violenza del proprio avversario. Evidentemente non è così che si arriva alla pace. Serve invece che qualcuno accetti almeno temporaneamente un cessate il fuoco, così da far lavorare la diplomazia. Sono necessarie soluzioni politiche accettabili da entrambe le parti, perché i contendenti devono poter salvare non solo l’onore ma anche la credibilità nei confronti del proprio popolo.

Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sta invocando un cessate il fuoco. Può essere dunque un punto di partenza per una svolta?
Le tregue possono essere sempre un momento importante. A volte, però, servono solo per rifornire gli arsenali. In questo caso non diventano funzionali alla pace ma sono come la pausa sul ring tra due pugili che aspettano solamente il suono del campanello per ricominciare a combattere. Mentre il vero senso di una tregua è proprio quello di dare tempo alle diplomazie di operare senza essere troppo sotto pressione.

In questi giorni si parla anche della completa attuazione della risoluzione 1701. Secondo lei la politica internazionale ha fallito su questo versante?
Direi che non è riuscita a dare pieno compimento alla risoluzione. Essa comprendeva qualcosa di più rispetto a quello che si è realizzato, come il rispetto di certe distanze e una maggior presenza dell’esercito regolare libanese. Una soluzione che complessivamente sarebbe stata più stabile e anche più facilmente gestibile dall’Unifil. Questo è uno dei problemi legati alla chiamata in causa degli organismi internazionali, nel senso che molte volte non vengono messi nelle condizioni di poter realizzare i mandati che le Nazioni Unite stabiliscono.

Tra le varie soluzioni di cui si parla, c’è quella dei due Stati. Proprio in queste ore, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi l’ha respinta. Lei che cosa ne pensa?
Io dico che bisogna arrivare a offrire una soluzione politica al problema. Sicuramente non deve essere l’Iran a darla, ma gli israeliani e i palestinesi, sostenuti dalla comunità internazionale, con l’appoggio anche dei Paesi vicini e delle grandi potenze. Senza un contributo decisivo degli Stati Uniti, dell’Unione Europea, ma anche della Russia e della Cina, è difficile che si arrivi a risultati reali e stabili. Così come è assolutamente necessario il coinvolgimento del Golfo. Al momento la soluzione politica dello Stato unico o dei due Stati non è accettata da nessuno.

Quale potrebbe essere dunque la strada più percorribile?
Bisogna incominciare a pensare fuori dagli schemi, a una soluzione diversa. Confrontarsi quindi anche con altri modelli di organizzazione politica. E soprattutto dare stabilità alla realtà locale. È evidente come sia necessario che i palestinesi accettino il diritto di esistenza di Israele e viceversa. Ma al tempo stesso bisogna che i Paesi attorno contribuiscano a una politica di pace, in modo tale da disinnescare il meccanismo che porta al conflitto: la paura di entrambe le parti di veder cancellata la propria esistenza.

La morte di Sinwar, il capo di Hamas, che scenari può aprire?
Onestamente non sono in grado di fare previsioni, perché non c’è stata solo la morte di Sinwar nell’ultimo periodo, ma anche, per esempio, quella di Nasrallah (il leader di Hezbollah ucciso da Israele lo scorso 28 settembre, ndr). Tante uccisioni possono da un lato innescare un senso di disfatta, ma dall’altro portare a un’escalation di rabbia e desiderio di rivalsa. Non è il mio mestiere fare previsioni di tipo politico, ma quello che spero con tutto me stesso è che prima o poi si arrivi a comprendere che la guerra non conviene a nessuno e che la pace potrebbe giovare a tutti.

Nel frattempo, è passato un anno dall’attacco di Hamas del 7 0ttobre 2023. Come è cambiata anche per voi la situazione da quel giorno?
È cambiata molto. Ci siamo trovati di fatto tagliati fuori dal resto del mondo. A livello locale ha prodotto ostaggi, morti, feriti, distruzione, odio e rancore. Noi stiamo pagando lo scotto della totale assenza di pellegrini e della grande difficoltà a poter assistere e sostenere i cristiani che vivono in Cisgiordania. In questo ultimo periodo poi si è aggiunto anche il problema di come aiutare coloro che si trovano in Libano.

Che cosa cercate di fare nel concreto?
Agiamo dal punto di vista pastorale e sociale attraverso le strutture che abbiamo sul territorio. Non siamo solo attenti ai poveri, ma provvediamo anche al fabbisogno educativo. Sia a Betlemme, sia a Nazareth, sia a Gerusalemme, oltre alle parrocchie da noi gestite, abbiamo infatti grosse scuole. In Libano invece, nella fase di emergenza, abbiamo messo a disposizione il convento di Tiro per accogliere chi era rimasto senza casa. Ma poi abbiamo dovuto chiudere e ritirarci verso Beirut. I frati però continuano a svolgere il loro servizio pastorale e sociale, venendo incontro ai bisogni alimentari in Terra Santa e in zone come Cipro e Rodi, dove c’è un aumento dell’arrivo dei rifugiati a causa delle guerre.

Com’è la vera convivenza tra palestinesi e israeliani vista da voi che la vivete quotidianamente?
In questo momento è congelata a livello sociale, a causa di un’evidente paura reciproca. Noi, però, abbiamo creato un’esperienza che siamo riusciti a preservare dal clima di ostilità che si è scatenato: la scuola di musica “Magnificat”. È un istituto in cui i professori sono per l’ottanta per cento ebrei, mentre gli studenti per l’ottanta per cento palestinesi. Il conflitto è rimasto al di fuori della scuola. Tutti hanno conservato apertura e collaborazione.

L’incontro dei volontari, la Giornata missionaria e la canonizzazione dei martiri di Damasco che significato hanno in tutto questo?
Hanno un ruolo molto importante perché mettono a fuoco che la Chiesa non è chiusa in sé stessa, ma ha ricevuto da Gesù Cristo il compito fondamentale di annunciare il Vangelo. Ci ricordano che il Signore ci accompagnerà fino alla fine, donandoci forza e coraggio. Dovrebbero essere una specie di sveglia per i troppi cristiani che vivono il cristianesimo in pantofole. La nostra fede invece deve andare di pari passo con la testimonianza, come ci ricordano anche i martiri che verranno canonizzati domani (ieri per chi legge, ndr).

La pace, dunque, è una questione culturale, ancor prima che politica.
Assolutamente. La strada della pace comincia da noi stessi. Francesco dice che non si può annunciare la pace se non ce l’abbiamo nel cuore. C’è bisogno di una cultura della pace, che è una cultura dell’accettazione dell’altro. Poi, come insegnava san Giovanni XXIII, è necessario che ci sia la giustizia, la capacità di riconoscere la verità storica dei fatti e anche un supplemento di carità che porti alla riconciliazione. Pure san Giovanni Paolo II, dopo l’11 settembre, ricordava che non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono. Infine, non dobbiamo mai dimenticare che Cristo è la nostra pace, Colui che morendo sulla croce ha demolito il muro di inimicizia che separava Israele dagli altri popoli. Dobbiamo essere anche noi disponibili a dare la vita per riconciliare l’umanità.

21 ottobre 2024