Mese missionario, arriva il Premio don Santoro

Intitolato al parroco romano fidei donum ucciso in Turchia nel 2006 il riconoscimento assegnato dal Centro diocesano. La consegna il 26 ottobre

È intitolato a don Andrea Santoro, il parroco romano fidei donum ucciso in Turchia nel 2006, il Premio che, in questo mese missionario straordinario, mette un suggello di gratitudine e di riconoscimento all’impegno di quanti si sono distinti nel dialogo interreligioso e nell’annuncio missionario ad gentes. Una prima edizione, che arricchisce il programma di iniziative della diocesi di Roma per il mese missionario indetto da Francesco come «straordinario», quasi alla vigilia della Veglia con il cardinale De Donatis che lo concluderà, il 31 ottobre nella basilica di San Giovanni in Laterano.

L’appuntamento è per sabato 26 nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Lateranense, in piazza San Giovanni in Laterano, alle 10.30. A ricevere il premio saranno suor Anna Bacchion e suor Marzia Feurra, missionarie della Consolata impegnate a Djibuti; padre Sebastiano D’Ambra, del Pime, attivo nelle Filippine; la Comunità Missionaria Intercongregazionale di Haiti; e Isabella Bencetti, che ritira il premio anche a nome del marito Luigi, diacono permanente della diocesi di Roma, deceduto nel 2008. Una storia di missione, la loro, iniziata nel 2001, quando Luigi chiede al cardinale vicario Camillo Ruini di poter svolgere il proprio servizio ministeriale in Perù, precisamente nella diocesi di Carabayllo, alla periferia di Lima (Cono Norte). La zona è poverissima:ai lati della Panamericana, con insediamenti sull’arena, la sabbia del deserto. A Luigi e Isabella è assegnata una piccola casa, con annessa cappellina dedicata alla Vergine di Loreto, per servire circa 40mila persone – famiglie con bambini, anche molto piccoli, e anziani – residenti in modo stabile nella più assoluta precarietà, non solo economica. Condividendo la vita quotidiana con loro, e aprendo l’esperienza all’intera comunità diaconale della diocesi di Roma, a poco a poco nasce un vero e proprio centro pastorale, con una chiesa proprio nel cuore della zona pastorale affidata a Luigi, dedicata al Sagrado Corazon. Un progetto che si realizza anche grazie al generoso contributo di tanti fedeli romani. Luigi e Isabella devono rientrare in Italiana alla fine del 2007: la salute di Luigi non gli permette di restare. Nel marzo 2008 morirà a Roma ma Isabella continuerà a recarsi annualmente in Perù, accompagnata da coppie della comunità del diaconato e da nipoti e amici.

La sanità, la scuola, il servizio ai disabili e la promozione della donna. Questi i campi in cui si svolge l’impegno di suor Anna Bacchion e suor Marzia Feurra, missionarie della Consolata, a Djibuti. Classe 1944, originaria di Treviso, suor Anna inizia la sua missione in Libia, con i bambini disabili gravi. Nel 2004 è fra le sorelle che danno inizio alla nuova presenza missionaria dell’Istituto a Djibouti. Fino al 2017 è nella Capitale del Paese, dove collabora con la Caritas diocesana e parrocchiale, accolta con amore e rispetto da tante famiglie musulmane. Dal 2017 si trova, con altre tre sorelle, ad Ali Sabieh, distante circa 100 km da Djibouti, formando parte di una comunità che si occupa del campo educativo, della promozione della donna e della salute. Suor Marzia, cagliaritana, nata nel 1938, ha vissuto per 40 anni nella Somalia oppressa dalla guerra civile, fino al 2007. Dopo l’uccisione del vescovo, nel 1989, la maggioranza delle suore lasciò il Paese e a Mogadiscio rimasero in 4. Fra loro anche suor Marzia, che nel 1998 venne rapita. «A testimonianza dell’amore del popolo verso di lei e le altre sorelle – ricordano dal Centro missionario diocesano -, furono le donne di Mogadiscio a costringere i rapitori a rilasciarla, circondando la casa in cui era trattenuta da giorni, con un “sit-in” pacifico». Nel 2006, con l’uccisione di suor Leonella Sgorbati, le suore furono costrette a lasciare la Somalia, evacuate verso Nairobi senza poter più farne ritorno. L’anno seguente suor Marzia viene destinata a Djibouti dove presta la sua collaborazione nella pastorale e nella promozione della donna.

Siciliano, classe 1942, padre Sebastiano D’Ambra si trova nelle Filippine dal 1977, nell’isola di Mindanao, «caratterizzata da una forte presenza musulmana – rimarcano dal Centro missionario –. La zona da lungo tempo è lacerata da tensioni con il governo centrale, da attentati terroristici, rappresaglie e forme di guerriglia». Padre D’Ambra, fin dal suo arrivo, si è occupato non solo della comunità cristiana locale ma ha anche cercato di inserirsi nell’ambiente musulmano, «nel segno del dialogo, facendo pure da mediatore con gruppi di miliziani islamici». Nel maggio 1984 ha dato vita al movimento di dialogo islamico-cristiano Silsilah (catena), da cui sono scaturiti poi la Comunità Emmaus – un gruppo di laiche consacrate riconosciuto dalla diocesi nel 1997 – e l’Harmony Village.

Dalle Filippine ad Haiti: è qui che dal 2010 opera la Comunità Missionaria Intercongregazionale (Cim), nata per rispondere alle sofferenze della popolazione dopo il terremoto del 12 gennaio di quell’anno. Attualmente la comunità è formata da una sorella missionaria comboniana, una mercedaria e una sorella della congregazione messicana Maestre cattoliche. «A partire dalla ricchezza del carisma di ciascun istituto – spiegano ancora dal Centro missionario diocesano – la Cim desidera essere espressione della vicinanza e dell’amore misericordioso di Dio che cammina in mezzo al suo popolo».

11 ottobre 2019