Natale, occasione per “ripartire”

Se Natale è Dio che non si stanca di ricominciare sempre di nuovo nel suo amore per gli uomini, allora è anche una festa di speranza che aiuta a ricominciare il cammino

«Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. È, in altre parole, la nascita di uomini nuovi e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana, che l’antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo, che trova la sua gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “un bambino è nato per noi”». (H. Arendt, 1964).

Se Natale è Dio che non si stanca di ricominciare sempre di nuovo nel suo amore per gli uomini, allora Natale è anche una festa di speranza che ci aiuta a ricominciare, pieni di fiducia, il nostro cammino, dovunque siamo arrivati. È un Natale da Giubileo. Da Giubileo della speranza. Chiediamoci: da dove nasce questa fame e sete di speranza che tutti abbiamo dentro, specialmente di fronte alle grandi tragedie che ci assediano, nel mondo, in Medioriente, in Europa, nelle vicende in cui ognuno di noi è coinvolto? In che misura ci interpella la prospettiva del perdono, la possibilità di un nuovo inizio, che l’Anno Santo ci mette – grazie a Dio – di fronte? Siamo così stanchi e fiacchi. Non valuteremo mai abbastanza la sofferenza del mondo, le conseguenze che lascia dentro l’anima. Sembra che la storia avanzi attraverso il dolore. Ci sarà un futuro? Un futuro buono, di giustizia, di pace, di sollievo? Ci sarà una liberazione dal peso di tutto questo dolore presente? Dall’inconcludenza in cui pare soffocare il (poco) tempo che abbiamo a disposizione? Perché è dal dolore che nasce la domanda sul futuro.

Si spera in qualcosa. Meglio: si spera in qualcuno che si attende, che si desidera, che si ha voglia di incontrare. Quando non si desidera più, quando non c’è attesa, allora la morte sta vincendo sulla vita; stiamo diventando vecchi, stanchi di esistere, ripetitivi, aggrappati al passato che non c’è più, ci consegniamo prigionieri alla fine, la morte. Noi speriamo in Gesù che viene, del quale ci è detto che “è nato per noi”, per essere l’Emmanuele, Dio che sta con noi. E stando con noi riorganizza le nostre priorità, ciò che vale, ciò che possiamo fare e ciò che rimane custodito dall’opera di Dio che ci ha messi al mondo; che non lascia andare l’opera delle sue mani; che lascia aperto un futuro buono.

«Nell’ombra dei secoli si è ormai dileguata quella notte in cui, stanca di male e di affanno, la terra posò nelle braccia del cielo, e nel silenzio nacque Dio-è- con-noi. Molte cose oggi non sono, che erano possibili ieri: i re più non scrutano il cielo, e i pastori non ascoltano nel deserto come gli angeli parlino del Signore. Ma ciò che di eterno in quella notte fu rivelato non può essere ormai più corrotto dal tempo; e il Verbo nato in quell’evo remoto, sotto a una greppia, ti rinasce nuovo nell’anima. Sì, Dio è con noi: ma non già sotto l’azzurro padiglione, non al di là dei confini dei mondi innumerevoli, non nel perfido fuoco, e non nel fiato delle tempeste, non chiuso nella sopita memoria dei secoli. È qui Egli, adesso; e tra l’effimera vanità, nel torrente torbido delle ansie della vita, tu possiedi un segreto onnigioioso: impotente è il male, e eterni noi siamo: Dio è con noi» (V. Solov’ëv, 1892). Natale si salda con Pasqua, i misteri cristiani sono un tutt’uno: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera, e il giorno va verso la sua fine. Egli entrò per rimanere con loro». (Paolo Asolan, preside Istituto Redemptor Hominis Università Lateranense)

23 dicembre 2024