Padre Arrupe, «faro per la nostra epoca e luce che continua a illuminare il mondo»

Chiusa nell’Aula della Conciliazione, nel Palazzo lateranense, la fase diocesana della causa di canonizzazione del 28° preposito generale dei Gesuiti, morto a Roma nel 1991. Era a Hiroshima quando il 6 agosto 1945 venne sganciata la bomba atomica

Il nastro rosso che viene legato intorno alle scatole e la fiamma ossidrica a sigillare il tutto, mentre nella Sala della Conciliazione del Palazzo del Vicariato risuonano le note in spagnolo del canto “En todo amar y servir”. Cantano tutti sottovoce. Anche l’arcivescovo Baldo Reina, vicario del Papa per la diocesi di Roma. Gli occhi sono rivolti agli involucri che contengono gli atti con tutti i documenti relativi alla vita, alle virtù, alla fama di santità e segni del Servo di Dio padre Arrupe, insieme alle lettere di accompagnamento.

Si è chiusa questa mattina, 14 novembre, la fase diocesana della causa di beatificazione del religioso che fu preposito generale dei Gesuiti – il ventottesimo – dal 1965 al 1983. Fu aperta cinque anni fa, il 5 febbraio 2019, alla presenza dell’allora cardinale vicario Angelo De Donatis. Una vita al servizio degli ultimi. Fino al giorno della sua morte, il 5 febbraio del 1991, a Roma. Dopo che un infarto, nel 1981, lo aveva condotto alla paralisi e alla perdita della parola. Per questo motivo, due anni dopo, rinunciò alla sua carica.

Arrupe fu missionario in Giappone e si trovò a Hiroshima il 6 agosto 1945, quando venne sganciata la bomba atomica. In quell’occasione trasformò il noviziato in un ospedale da campo. Senza dimenticare il suo grande impegno per i rifugiati. È infatti grazie a lui che il Jrs (il Servizio dei Gesuiti per i rifugiati) opera dal 1980 in molte zone del mondo.

Le sue parole sono risuonate nella voce dell’arcivescovo Reina. Con il futuro porporato erano presenti i membri del Tribunale diocesano che hanno condotto l’inchiesta: monsignor Giuseppe D’Alonzo, delegato episcopale, don Giorgio Ciucci, promotore di giustizia, Marcello Terramani, notaio attuario. Reina ha descritto il religioso come «faro per la nostra epoca e luce che oggi continua a illuminare tutti noi». Le fondamenta della sua spiritualità, ha aggiunto, «sono da ricercare in Dio, unica fonte e sorgente della sua vita». E le tante riflessioni di Arrupe che sono state rievocate lo dimostrano pienamente. «Quando, in un’occasione – ha ricordato il presule -, gli è stato chiesto come facesse a trovare il tempo per ritirarsi in preghiera ogni giorno in mezzo a tanta frenesia, ha risposto: “È semplicemente un problema di priorità”».

O ancora, nel 1982 scrive: «Togliete Gesù Cristo alla mia vita e tutto crollerà come un corpo al quale venissero portati via lo scheletro, il cuore e il capo». In tutto ciò, ha continuato il vicario, «padre Arrupe è stato un uomo fedele e obbediente alla Chiesa e ai Papi. Durante la sua vita ha assunto la difesa e la messa in pratica del Concilio Vaticano II come la priorità della sua missione». E non ha avuto paura «a riconoscere sbagli o malintesi in rapporto con la Santa Sede durante la celebrazione della 32ª Congregazione Generale, ma ha visto come questa situazione poteva condurre la “Compagnia” a una maggiore unione con Dio, a un amore più profondo per il Santo Padre e a un sentire più intimo con la Chiesa».

Parlando ai confratelli della virtù morale della povertà, ha sottolineato ancora l’arcivescovo, «ha invitato i Gesuiti a essere coinvolti con i poveri per apprezzare la povertà. Così padre Arrupe ha promosso l’azione sociale e di carità, come anima del carisma ignaziano». Per Reina, un esempio molto attuale è proprio il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (Jrs), presente in 58 nazioni, del quale proprio oggi, 14 novembre, ricorre l’anniversario della fondazione a Roma nel 1980.

L’arcivescovo ha poi ricordato la sua esperienza a Hiroshima, «con la creazione di un ospedale da campo nel noviziato dei Gesuiti e il soccorso prestato a circa 200 persone». Senza dimenticare «il suo impegno a favorire il dialogo ecumenico e interreligioso e a creare spazi per il rapporto con i non credenti». Dopo la sua morte, ha concluso il vicario, «la fama di santità, di cui il Servo di Dio già godeva in vita, si è diffusa e continua a diffondersi ogni giorno di più».

Ha citato in questo senso i 150 luoghi che portano il suo nome, «che testimoniano il riconoscimento delle notevoli virtù di questa significativa figura della Chiesa del secolo scorso». Infine, il suo invito a sentirci tutti «stimolati da questo modello di santità, una condizione che appartiene a tutti noi battezzati, e a riscoprire, grazie a padre Arrupe, la centralità di Dio nella nostra vita».

All’inizio della cerimonia il giuramento prestato dal postulatore generale delle cause dei santi della Compagnia di Gesù, il gesuita madrileno Pascual Cebollada. Il religioso consegnerà gli atti, i documenti, e le lettere di accompagnamento al dicastero delle Cause dei santi. Dopo l’intervento di Reina, le parole di padre Arturo Marcelino Sosa Abascal, preposito generale della Compagnia di Gesù. «Siamo estremamente convinti delle straordinarie virtù di padre Arrupe – ha detto -. Le sue parole hanno accompagnato la vita di moltissimi Gesuiti e non solo. E continuano a illuminare tantissime persone. È stato un faro di luce. Ringrazio tutti con il desiderio che un giorno possa diventare santo. Con lui ci sentiamo più che mai nelle mani di Dio».

La lettura a un’unica voce della preghiera contenuta nella parte posteriore dell’immaginetta ricordo di padre Arrupe e l’intonazione del Salve Regina hanno concluso la mattinata. In molti si sono fermati ad ammirare i pacchi con i documenti sigillati e il quadro con il volto del gesuita. Tante anche le sue foto poste all’ingresso e all’interno della Sala. Da bambino, da ragazzo, da adulto e da anziano. Sempre con lo stesso sorriso.

14 novembre 2024