Pakistan, le scuole cattoliche «elemento chiave» per il futuro del Paese

L’arcivescovo di Lahore Sebastian Francis Shaw racconta la sua Chiesa, sotto la minaccia costante delle accuse di blasfemia

L’arcivescovo di Lahore Sebastian Francis Shaw racconta la sua Chiesa e la minaccia costante delle accuse di blasfemia. Il ruolo dell’educazione per una convivenza pacifica

Continuano gli incontri organizzati dalla fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre tra testimoni della Chiesa perseguitata, esponenti dell’Unione europea e membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Ultimo degli “ospiti”, l’arcivescovo di Lahore, in Pakistan, monsignor Sebastian Francis Shaw, alla guida di una comunità nella quale negli ultimi anni si sono registrati molti casi di blasfemia ai danni di cristiani – il più famoso è quello di Asia Bibi -, che in più di un’occasione hanno innescato tragici attacchi alla minoranza religiosa.

«Il 14 aprile scorso – riferisce l’arcivescovo, accolto da Aiuto alla Chiesa che soffre a Roma – ho parlato con il presidente Mamnoon Hussain, che si è detto disponibile a trovare un modo per limitare l’uso improprio della legge anti-blasfemia». E per dare un’idea della misura del fenomeno cita l’episodio del marzo del 2013 nel quartiere cristiano di Joseph Colony, dove circa 200 case sono state incendiate dopo che il 26enne Sawan Masih era stato accusato di aver offeso Maometto in seguito ad una lite con un suo conoscente musulmano. E mentre gli ottanta colpevoli dell’attacco sono stati liberati su cauzione, il giovane cristiano è stato condannato a morte.

Ad aggravare la situazione, il fatto che il codice penale pachistano non impone a chi accusa di fornire alcuna prova. «Un modo efficace per limitare l’abuso della legge anti-blasfemia – suggerisce allora il presule – potrebbe essere quello di punire chi formula false accuse». Soprattutto alla luce dell’«intenso contesto emotivo legato al reato di blasfemia», che è alla base dei numerosi omicidi extra-giudiziali di presunti blasfemi, uccisi prima ancora di essere assicurati alla giustizia o perfino dopo essere stati assolti. Per monsigor Shaw è necessario un cambiamento a livello sociale, «da raggiungere attraverso la promozione del dialogo interreligioso ed esortando i pachistani di ogni religione a contribuire concretamente alla costruzione di una società più pacifica ed armoniosa».

L’arcivescovo parla degli «ottimi rapporti» con numerosi leader islamici, rivelatisi determinanti quando nel maggio scorso a Lahore una folla di musulmani ha invaso un quartiere cristiano a seguito di un’accusa di blasfemia. «L’aiuto dei leader musulmani e dei politici locali è stato determinante nel favorire l’immediato intervento la polizia». Resta indispensabile però l’investimento su un’educazione capace di favorire la convivenza pacifica. Ad esempio modificando i libri di testo delle scuole pubbliche pachistane, che contengono affermazioni offensive nei confronti delle minoranze religiose. Testi che alimentano l’intolleranza e la discriminazione, osserva il presule, e che perfino le scuole cristiane sono costrette ad adottare, giacché parte del programma scolastico obbligatorio. «Abbiamo posto il problema all’attenzione delle autorità pachistane, che hanno
promesso di prendere in considerazione i nostri suggerimenti».

Negli istituti scolastici legati alla Chiesa, fa notare con soddisfazione monsignor Shaw, gli studenti sono in maggioranza musulmani. «Le nostre scuole – osserva – rappresentano un elemento chiave per il futuro del Pakistan. Sono ottimista e ritengo che lavorando tutti insieme potremmo costruire una società in cui conti il valore delle persone e non la classe sociale o l’appartenenza religiosa».

17 luglio 2015