Pancalli: «Lo sport paralimpico sta compiendo una rivoluzione culturale»

Intervista al presidente del Comitato italiano paralimpico: «Il nomenclatore per gli ausili è datato e non prevede l’attrezzatura sportiva. Così è inutile parlare di diffusione dello sport fra bambini disabili»

Fin da bambino nel mondo dello sport. Luca Pancalli, presidente CIP (Comitato Italiano Paralimpico), ne sperimenta la funzione formativa. Classe 1964, entra nella Nazionale juniores di Pentathlon moderno. Nel 1981 cade durante una gara d’equitazione e questo gli procura una lesione spinale. Ma non si ferma: conquista otto ori, sei argenti, un bronzo ai Giochi paralimpici. Oggi la vita per i disabili, soprattutto per chi pratica sport, è rivoluzionata anche grazie alla tecnologia. Come dichiara Pancalli al primo Festival dello Sport di Trento.

«La tecnologia ha cambiato la società. La differenza è più evidente dove esistono maggiori difficoltà. Dalle carrozzine sempre più leggere, dalle protesi più performanti, alla tecnologia al servizio dei non vedenti. Sono sviluppi, e un modo di stressare la tecnologia per la performance sportiva, che hanno un impatto positivo sulla quotidianità».

Quella che sperimentano gli atleti è destinata a essere utilizzata negli ausili quotidiani. Come in Formula 1 dove si applicano novità che poi vengono impiantate sulle auto di serie.

Proprio così. Basta pensare all’ABS. Quello che sperimentiamo nel mondo paralimpico a livello di top level arriverà nella quotidianità e questo determinerà, spero, anche un abbattimento dei costi.

Come aiutare coloro che non possono affrontare un simile acquisto?

Combattiamo questa battaglia da anni. In Italia esiste un nomenclatore tariffario degli ausili ma è datato e non prevede l’attrezzatura sportiva, le tecnologie più performanti. Oggi è difficile prevederle nel Sistema Sanitario Nazionale per il loro costo. Io mi aspetto, da un lato, una responsabilità sempre maggiore dalla parte delle Istituzioni. È inutile parlare di diffusione dello sport fra bambini disabili se poi non gli si consente di superare il primo ostacolo, dato dal costo dell’ausilio. Ma stiamo facendo dei passi in avanti. Abbiamo ricevuto un finanziamento per un progetto che avvia dei giovani disabili allo sport. Abbiamo erogato gli ausili aspettando di capire con il nuovo Governo quali saranno gli atti e le procedure da porre in essere per poter spendere queste risorse che sono state messe in campo.

Per la prima volta nella storia della Chiesa il Papa ha emanato un documento: “Dare il meglio di sé”, una riflessione sul rapporto tra Chiesa e Sport. Afferma che lo Sport è una via per la santità, luogo di formazione e crescita, una missione.

Credo che le parole del Santo Padre vadano riprese e rilanciate nel senso che il mondo sportivo rappresenta la terza agenzia educativa, dopo famiglia e scuola. Dovremmo recuperare la consapevolezza dell’importanza dello sport sotto il profilo formativo, l’importanza dei tecnici per la loro mission. Paghiamo un po’ di ritardi: dobbiamo capire che lo sport non è solo campionismo e risultati ma è soprattutto un percorso educativo.

Che ruolo ha lo sport di base?

È fondamentale. Insegna a capire ciò che non puoi fare, perché non ne hai le abilità, o per genetica non ti è consentito, aiuta a comprendere ciò che puoi fare sfruttando al massimo le tue abilità. A guardare quello che ti è rimasto e non ciò che hai perso, parlando di disabili. Insegna che non ci sono scorciatoie: siamo tutti uguali sulla linea di partenza: non esistono raccomandazioni, censo, status o possibilità economiche. L’importante è che si diano pari opportunità a tutti nell’accesso allo sport.

Rispetto a 20 anni fa come è cambiato lo sport nel mondo della disabilità?
È cambiato del tutto. L’attenzione dedicata, l’approccio, sta cambiando la cultura. Come ripeto nelle occasioni importanti, anche di fronte al Presidente della Repubblica, il mondo paralimpico sta scrivendo con umiltà e silenzio pagine di rivoluzione culturale del Paese. Siamo passati dal qualificare i miei atleti da atleti disabili a paralimpici levando quell’aggettivazione corporea che evocava un minus e non un’abilità, ma collegando l’atleta a una dimensione sportiva: quella paralimpica.

 

31 ottobre 2018