“Parthenope”, vitalità con molti eccessi
Nelle sale la nuova pellicola di Paolo Sorrentino dieci anni dopo “La grande bellezza”, tra introspezione e dimensione socioculturale. Tra realtà e fantasia. In un quadro generale con non poche ombre
A Napoli nel 1968 Parthenope, diciottenne spigliata e di grande vivacità, trascorre l’estate insieme al fratello Raimondo e all’amico Sandrino… Da qui comincia Parthenope, il nuovo film di Paolo Sorrentino dieci anni dopo La grande bellezza, premio Oscar 2013 come miglior film in lingua straniera. Dalla Roma contemporanea si torna alla Napoli di ieri, città natale del regista piena di caos e di misteri.
Dopo un inizio dal tono decadente, in seguito la storia si anima intorno a un paesaggio tra Napoli e Capri che si fa sempre più ingombrante e pieno di chiaroscuri. Tutto ruota attorno alla protagonista, Parthenope appunto, una ragazza che ha voglia di mordere la vita a ogni istante e scavalca affetti e sentimenti travolgendo ogni sensazione nel selvaggio approccio alla sua quotidianità.
Da subito si percepisce lo scarto tra il tono della narrazione e quello dell’approccio visivo ed estetico. Tanto questa andando avanti si fa ostica, dura, difficile da seguire, tanto quello è affidato dal regista a una maestria stilistica di alta qualità: nello sguardo di Parthenope passano tutti gli sbalzi di una impossibile pacificazione. In questa ottica il film coniuga densità e complessità tematico-narrativa con un’ampia dimensione simbolica, tra introspezione e dimensione socioculturale. Così il racconto va avanti tra realtà e fantasia, mito e suggestioni favolistiche, tutte pilotate e sorvegliate dall’avvenente Parthenope, in grado di attraversare i decenni del Novecento e di costringere gli altri a fare i conti con una bellezza che andando avanti rivela anche arguzia e intelligenza.
All’interno dei 136’ di durata il film ha modo di espletarsi in non pochi rivoli narrativi: Parthenope non riesce a metabolizzare il suicidio del fratello Raimondo; poi prova a fare l’attrice; quindi si dedica allo studio dell’antropologia all’università, dove segue con attenzione le lezioni del professore Marotta. Scandito da quattro date successive, il racconto include nel finale la parte meno felice: quello dell’incontro tra Parthenope e l’arcivescovo di Napoli Tesorone, un segmento dentro il quale il regista perde alquanto il controllo della misura e del rispetto per quello che racconta. Diventata docente universitaria, Parthenope solo dopo la pensione trova la forza per tornare a Napoli. E ora, dopo averne rilevato le molte negatività, trova lo slancio per lanciare uno sguardo di comprensione per la sua città amata/odiata.
Parthenope è un film corale nel quale Sorrentino ha profuso molta vitalità ma con troppi eccessi e non sempre in modo adeguato. Bellissima composizione di luci e paesaggi ma quadro generale con non poche ombre. La quasi esordiente Celeste Della Porta, nel ruolo di Parthenope, sorregge con bravura il film in molte parti. Il risultato però lascia qualche perplessità.

