Pastorale sanitaria: obiettivo puntato sulla formazione

Presentate le linee pastorali. Il vicario episcopale Manto: il sistema sanitario italiano, «tra gli ultimi a vocazione universalistica». D’Alba (Umberto I): la vera sfida, «la presa in carico territoriale»

I cristiani sono chiamati a essere l’anima del mondo, a dare un supplemento di anima alla società. È partendo da questo presupposto che sono state tracciate le linee pastorali per l’anno 2025/2026 dell’Ufficio per la pastorale della salute della diocesi di Roma, presentate sabato 11 ottobre nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Un programma che prevede numerosi incontri di formazione per cappellani, religiose e per tutti gli operatori di pastorale della salute, rispondendo anche all’invito di Papa Leone XIV, che il 19 settembre scorso, in occasione dell’assemblea diocesana, ha esortato a incrementare la formazione in tutti gli ambiti.

Monsignor Andrea Manto, vicario episcopale per la pastorale della salute, ha specificato che quest’anno l’approfondimento ha «un taglio più esigente». Sarà dato ampio risalto all’aspetto teologico «per riflettere su come fare pastorale della salute oggi a tutti i livelli, partendo dall’incontro con Cristo – le sue parole -. Il nostro programma parte da Lui, dalla nostra capacità di agire ogni giorno, dalla propensione di suscitare quella domanda di fede che deve portare sempre al Signore. Se Cristo ha vinto la morte, allora c’è una speranza nuova per l’umanità». Un impegno pastorale che si traduce in una vera missione, specie in «una società che gestisce la morte controllandola con un “interruttore”», ha proseguito il sacerdote facendo riferimento alla «richiesta di eutanasia crescente» che di fatto «ignora che morire è il momento sacro dell’esistenza».

Riprendendo anche le indicazioni di Papa Prevost, il sacerdote ha rimarcato che «stare insieme, coinvolgere, costruire tessuto di comunità, suscitare la domanda di fede, formarsi e camminare in stile sinodale e missionario è un programma straordinario». Ha poi acceso i riflettori sull’evoluzione del sistema sanitario in Italia, «tra gli ultimi Paesi al mondo a mantenere la vocazione universalistica», vale a dire un sistema che si impegna a garantire l’accesso alle cure a tutta la popolazione. In un futuro neanche troppo lontano le cose potrebbero cambiare. Tra crisi demografica e riforme pensionistiche, non è escluso che «si curerà solo chi ha un’assicurazione». Manto ha poi osservato che oggi «non si può più parlare di Servizio sanitario nazionale ma regionale», con 21 sistemi diversi, e «questo significa livelli di assistenza differenti di serie A, serie B e forse anche serie C».

Sull’argomento è intervenuto anche Fabrizio D’Alba, direttore generale dell’azienda ospedaliera universitaria Umberto I e presidente nazionale di Federsanità – Anci. «Desiderio comune è che nel suo impianto il sistema sanitario non cambi – ha affermato -. Come cittadini e come soggetti che a diverso titolo concorrono nell’ambito della comunità a dare valore al sistema sanitario nazionale, dobbiamo evitare che vengano messi in discussione i principi fondamentali: universalismo ed equità. Per continuare ad attendere a questi valori dobbiamo però ripensarci, essere originali». La vera sfida della sanità del futuro, per D’Alba, è «garantire la presa in carico territoriale». Ma questa si scontra con la «fragilità crescente» della carenza del personale, a partire dai medici di medicina generale, primo presidio di sanità pubblica. La proposta è quella di coinvolgere più «attori» – aziende sanitarie, enti locali, terzo settore, diocesi, parrocchie, centri sportivi – per costruire reti territoriali. «Siamo chiamati a fare una medicina di iniziativa» ha detto.

Altra grave carenza è quella degli infermieri. Dai dati di quest’anno sull’accesso alle scuole infermieristiche emerge che ci sono più posti disponibili che candidati. «È una professione che non vuole fare nessuno – ha rimarcato D’Alba -. È difficile, estenuante, sottopagata e c’è scarso riconoscimento sociale». Agli operatori pastorali ha quindi chiesto di «rivolgere parole non solo ai pazienti ma anche al personale. Non basta parlare della bellezza del nostro sistema sanitario, bisogna anche sostenere chi ci lavora. I cittadini devono arrivare nelle strutture sanitarie senza pregiudizi, senza l’idea che tutto sia negativo o che il sistema non funzioni».

All’incontro di inizio anno ha partecipato anche don Raoul Stortoni, dell’Ufficio diocesano per la pastorale della salute. La mattinata è stata aperta da don Tonino Panfili, parroco di Santa Croce in Gerusalemme, che ha tenuto una meditazione sulla storia e sulle reliquie conservate nella basilica, concludendo con una frase incisa sotto un crocifisso che qualche mese fa ha visto in Trentino: «Senza l’amore la croce è pesante, senza la croce l’amore è vuoto».

13 ottobre 2025