Piersanti Mattarella e Vittorio Bachelet, eredità da raccogliere

Un convegno dedicato al duplice anniversario. Giovanni Bachelet: «Mio padre mi ripeteva che ogni lavoro va svolto con la religiosità di un monaco in convento»

Ai Sacri Cuori di Gesù e Maria un convegno dedicato al duplice anniversario. Giovanni Grasso: «Coltivare il ricordo tenendo vivo l’esempio»

Lo scorso 6 gennaio è ricorso il trentesimo anniversario dell’assassinio di Piersanti Mattarella, esponente della Democrazia cristiana, presidente della Regione Sicilia e fratello del neopresidente della Repubblica, Sergio. Il prossimo 12 febbraio ricorreranno i trent’anni dall’uccisione di Vittorio Bachelet, democristiano, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura e storico presidente dell’Azione cattolica italiana, freddato dalle Brigate rosse sul mezzanino della scalinata che porta alle aule professori della facoltà di Scienze politiche della Sapienza.

Il doppio anniversario è stato ricordato ieri sera, lunedì 2 febbraio, nella parrocchia del quartiere Trieste, Sacri Cuori di Gesù e Maria, in un incontro organizzato dall’Azione cattolica e dalla Commissione cultura parrocchiale. L’obbiettivo, ha sottolineato Franco Peta, presidente della Commissione cultura dei Sacri Cuori, non è «l’impegno nostalgico, né la malcelata speranza di nuove forme di organizzazione politica dei cattolici in un partito», ma «ragionare sul contributo vivo e attuale che la cultura cattolica può ancora dare alla società».

Giovanni Grasso, giornalista parlamentare di Avvenire e biografo di Mattarella, ha invitato a coltivare il ricordo, «tenendo vivo l’esempio». «In Sicilia – ha ricordato il giornalista – da presidente della Regione aveva realizzato una giunta anomala alleandosi con il Pci. Lo chiamarono “governo di unità regionale”. La domenica del 6 gennaio, mentre sta uscendo per andare a Messa, un ragazzo a volto scoperto gli spara sei colpi. Muore sul grembo del fratello Sergio. Il motivo della sua uccisione, secondo quanto stabilirono le indagini giudiziarie: «Disturbava gli interessi mafiosi in Sicilia».

Eppure, ha sottolineato Grasso, Mattarella non era un politico antimafia. «Semplicemente, voleva far funzionare la Regione: togliere quelle mancanze di controlli che permettevano alla mafia di arricchirsi. La prima cosa che fece, nel 1978, fu l’approvazione del bilancio. Non era mai avvenuto in Sicilia: in questo modo si potevano distribuire le risorse secondo un criterio. Quindi istituisce la rotazione degli incarichi. Manda le ispezioni. Vara la “legge sui suoli”: abbassa cioè la fabbricabilità dei terreni agricoli, mandando in fumo gli investimenti edilizi della mafia. Manda controlli al Comune di Palermo, guidato da Guido Ciancimino. Fu una sfida». Giovanni Falcone fu incaricato di indagare sul suo delitto. Cristiano Fioravanti dichiarò che ad ucciderlo era stato il fratello, Giuseppe Valerio, membro dei Nuclei armati rivoluzionari, ma, per obbedienza al padre, si rifiutò di ripetere questa testimonianza durante la fase dibattimentale. «Una cortina di nebbia – ha concluso Grasso – ci impedisce oggi di capire cose c’era dietro quel delitto. Mattarella stava diventando un leader politico nazionale. Se qualcuno me lo chiedesse, risponderei che è stato un delitto mafioso, ma non solo».

«Piersanti Mattarella e Vittorio Bachelet – ha affermato Giovanni Bachelet, figlio del giurista democristiano – sono persone che si sono trovate in ruoli di responsabilità in un determinato momento. La cosa interessante, ovviamente, non è che sono stati uccisi ma che hanno fatto bene il loro lavoro». Tre gli insegnamenti che Bachelet ha trasmesso al figlio: «Mio padre diceva che è più difficile essere fedele nelle cose quotidiane che compiere un atto di eroismo. E questa è una lezione per tutti. I proclami non contano se poi, anche alla “prova del buco della serratura” non ti dimostri una persona seria. “C’è bisogno più di testimoni che di maestri”, affermava infatti Paolo VI». Poi il valore della libertà, insegnata attraverso una «pedagogia della risata»: «Si deve ascoltare i figli. Aiutarli a camminare da soli e ad essere indipendenti, come fa Dio con gli uomini». Infine la dedizione al proprio lavoro: «“Se vuoi che le tante cose buone che hai fatto abbiano un valore, devi concentrarti sul tuo lavoro”, è stata l’ultima lezione di mio padre. Il lavoro era per lui una “missione primaria”. Mi ripeteva che ogni lavoro, anche pulire le strade, andava svolto con la stessa religiosità di un monaco in un convento».

3 febbraio 2015