Iniziati ieri, 4 aprile, i primi rimpatri di migranti sbarcati sulle coste greche, in virtù dell’accordo siglatotra Unione europea e Turchia. Circa 250 migranti, per lo più pakistani, bengalesi, dello Sri Lanka e marocchini, sono stati rimpatriati su due navi partite dalle isole Lesbos e Chios e sbarcati presso in porto turco di Dikili. «Sta avvenendo nei fatti quello che non volevamo – ha dichiarato all’Agenzia Sir Oliviero Forti, responsabile dell’area immigrazione di Caritas italiana -. Abbiamo criticato l’accordo, adesso si stanno vedendo i primi effetti di una Europa che vuole solo allontanare i profughi dai propri confini». Né diminuisce la gravità della direzione intrapresa il fatto che i rimpatri non riguardino i siriani: si fanno tornare i migranti in un Paese, osserva Forti, che «non dà nessun tipo di garanzia di rispetto dei diritti umani, a parte le dichiarazioni».

I rimpatri e la chiusura delle frontiere balcaniche, avverte il responsabile Caritas, provocheranno di nuovo lo spostamento dei flussi sulla rotta libica, del Mediterraneo centrale. «Da gennaio ad oggi è già stato registrato un aumento del 40% degli arrivi via mare rispetto allo scorso anno». Solo 20, finora, i siriani partiti dalla Turchia in base all’accorso, che prevede l’ingresso regolare di un siriano a fronte di ogni rimpatrio. «Non so come e quando il rapporto uno a uno verrà garantito», le parole di forti, che a proposito dei 6 miliardi di euro investiti dall’Ue per i rimpatri commenta: «Il problema dell’Europa non sono mai stati i soldi. La questione di fondo è politica: non aver avuto il coraggio di dare una risposta coordinata ad un fenomeno che dovrebbe riguardare tutta l’Unione europea. Le paure di alcuni hanno prevalso sulla buona volontà di altri. Alcuni Paesi, tra cui l’Italia, hanno tentato di rimettere al centro la questione dell’immigrazione intesa come rispetto dei diritti e delle procedure, ma dopo gli attentati ha prevalso la paura e l’emotività, che hanno una immediata efficacia sul piano politico».

5 aprile 2016