Quaresima di Carità: il focus di Caritas e Centro missionario su Haiti
L’8 aprile il webinar dedicato alla prima nazione latinoamericana a ottenere l’indipendenza, nel 1804, seppure a un prezzo insostenibile, per le condizioni poste dalla Francia. L’occupazione Usa a inizio ‘900 e, nel 1947, la fine del debito, in una dipendenza economica sistematica
La nostra Caritas e il Centro missionario diocesano hanno organizzato per oggi, martedì 8 aprile alle 18 un webinar sul tema: “Haiti: l’isola della speranza”. L’incontro sarà trasmesso sul canale YouTube della Caritas. L’occasione è offerta dalla Quaresima di Carità, ma soprattutto dal dovere impellente di dare voce a chi voce non ha. Infatti, nel cuore del Mar dei Caraibi c’è una terra afflitta per secoli dalla mannaia dello schiavismo, metafora delle ingiustizie di ieri, di oggi e di sempre. Stiamo parlando di Haiti. Rivendicata per la prima volta dalla Corona di Spagna nel 1492, quando Cristoforo Colombo mise piede sulla battigia di una spiaggia incontaminata, venne poi ceduta alla Francia nel 1665. Con la colonizzazione arrivò la tratta, un sistema di sfruttamento, abuso e orribile ingiustizia che avviò il tragico corso di una Storia penosa che ancora oggi si procrastina nel tempo.
Sebbene Haiti fosse economicamente redditizia – produceva il 60% delle esportazioni mondiali di caffè e il 40% dello zucchero in Europa negli anni ’80 del Settecento -, pochi haitiani goderono i benefici materiali di questo boom economico. Il business era tale per cui le ricchezze di questo angolo di mondo potevano essere sfruttate solo importandovi fino a quarantamila schiavi all’anno. Il picco fu raggiunto alla fine del XVIII secolo quando per quasi un decennio Haiti rappresentò più di un terzo dell’intera tratta atlantica degli schiavi. Il che, per inciso, consentì di far produrre in questa colonia due terzi della ricchezza della madrepatria francese. Le condizioni per questi uomini e donne erano atroci; l’aspettativa di vita media per uno schiavo ad Haiti era di 21 anni. Gli abusi erano di routine, spaventosi e indicibili.
L’oppressione della schiavitù perpetrata dai colonizzatori e lo sfruttamento scellerato di quella terra portarono presto a disordini: nel 1791 un gruppo di ex schiavi istigò la prima rivolta di successo della storia da parte di una moltitudine di oppressi. Questa battaglia mise in moto le ruote per la rivoluzione haitiana, che portò infine all’indipendenza nel 1804, rendendo Haiti la prima nazione latino-americana a ottenere l’indipendenza e la prima Repubblica guidata da una popolazione afro al mondo. Sta di fatto che il prezzo della libertà riconquistata si rivelò ben presto insostenibile per le condizioni poste dalla Francia. Sotto la minaccia di un’invasione militare, il governo di Parigi impose agli haitiani il pagamento di un rimborso esorbitante come condizione per il riconoscimento della sua indipendenza. Essendo stata la colonia più lucrativa al mondo, la neonata repubblica fu costretta a versare 150 milioni di franchi d’oro agli ex negrieri e latifondisti, una somma astronomica per l’epoca, che si sarebbe moltiplicata nel tempo a causa di interessi e rinegoziazioni imposte dalle banche francesi e successivamente statunitensi. Ecco che allora l’intero sistema-paese cadde nelle trame di un diabolico meccanismo finanziario.
Per comprenderne la misura basti pensare che le autorità haitiane si trovavano costrette a destinare risorse sempre più ingenti al rimborso del debito, a scapito di investimenti in istruzione, sanità e sviluppo istituzionale, mentre i capitali generati dal pagamento dell’ex colonia d’oltre oceano alimentarono l’economia francese, contribuendo – tra le altre cose – al finanziamento di infrastrutture come la Torre Eiffel. Essendo stata costretta a versare denaro, come vero e proprio indennizzo alla Francia dal 1825 al 1947, Haiti ricorse ai ripari – è un eufemismo, s’intende – contraendo enormi prestiti da banche americane, tedesche e francesi, a tassi di interesse esorbitanti. Nel 1900, spendeva circa l’80% del suo bilancio nazionale per rimborsare i creditori. La sua economia fu distrutta dalla trappola della spirale di questo strozzinaggio.
Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, il peso finanziario dell’indebitamento fornì agli Stati Uniti il pretesto per un intervento diretto negli affari haitiani. Nel 1915, con la giustificazione di “stabilizzare” il Paese, i marines statunitensi invasero Haiti, vi insediarono un governo prono agli interessi di Washington e dei suoi capitalisti e presero il controllo delle sue risorse finanziarie. Uno degli episodi paradigmatici di questa occupazione fu il trasferimento forzato di 500mila tonnellate d’oro dalla Banca Centrale haitiana a New York, a beneficio diretto delle istituzioni finanziarie statunitensi, tra cui Citibank, che divenne uno dei principali creditori del debito haitiano. L’occupazione statunitense durò fino al 1934, ma il pesante fardello economico dell’indebitamento continuò a gravare sul Paese.
Haiti riuscì a completare il pagamento del debito solo nel 1947, ma a un costo altissimo: decenni di crescita compromessa, infrastrutture arretrate e un’economia incapace di emanciparsi dalla dipendenza finanziaria esterna. Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che Haiti è attraversata dalla principale linea di faglia tra le placche tettoniche nordamericane e caraibiche ed è collocata sulla principale direttrice degli uragani, molti dei quali catastrofici, che imperversano da quelle parti, non c’è da meravigliarsi del degrado che la segna ancora oggi.
Deve comunque essere chiaro una volta per tutte che il debito storico di Haiti non è soltanto una questione di bilancio pubblico: è un macigno che ha condizionato intere generazioni, privando il Paese delle risorse necessarie per realizzare istituzioni solide e un sistema economico sostenibile. La crisi politica e sociale che affligge Haiti affonda in effetti le sue radici nel ruolo nefasto del “double debt” (doppio debito), un meccanismo finanziario che ha di fatto condannato la prima Repubblica libera dell’America latina a una dipendenza economica sistematica.
Se il “primo debito” era rappresentato dai risarcimenti dovuti ai proprietari delle piantagioni, il “secondo debito” era il denaro dovuto agli obbligazionisti del governo haitiano. In breve, possiamo dire che Haiti è passata dalla schiavitù alla rivoluzione, al debito, alla povertà e alla corruzione. Il Paese è il più povero dell’emisfero occidentale e uno dei più poveri al mondo. Il tasso di disoccupazione oggi è astronomico (40%) e quasi due terzi della popolazione (60%) vive al di sotto della soglia di povertà nazionale di 2,42 dollari al giorno.
È importante sottolineare che dal 2003, puntualmente, ogni governo haitiano di turno ha rivendicato la restituzione del “riscatto” pagato agli enti creditori, sostenendo che esso è stato imposto ingiustamente a causa delle minacce e del blocco delle frontiere marittime. Durante una storica visita ad Haiti nel 2012, l’allora presidente François Hollande ha brevemente e generalmente riconosciuto che la Francia doveva qualcosa ad Haiti. Il 17 aprile 2025 il mancato “riscatto” compirà duecento anni.
Purtroppo, questo Paese, con il passare degli anni, a causa di una povertà incontrollata che ha il suo incipit nel debito di cui sopra, si è trasformato in un vero e proprio inferno. La Capitale Port-au-Prince è ridotta a una grande prigione a cielo aperto in cui la popolazione vive nel terrore. Lì quotidianamente la dignità della persona umana creata a immagine e somiglianza di Dio viene sistematicamente violata, tra uccisioni, rapimenti, stupri, torture, carenza di ogni minimo bene o servizio. Tutto il Paese è infestato da bande criminali in lotta per il controllo del territorio, che perpetrano vessazioni d’ogni genere sulla stremata popolazione civile. Emblematica è la dichiarazione di Geeta Narayan, rappresentante Unicef ad Haiti: «Chiediamo alle autorità nazionali e alla comunità internazionale di agire subito. Proteggete i bambini di Haiti, difendete i loro diritti, garantite la loro sicurezza. Ogni bambino merita di vivere senza paura. Il mondo non può rimanere in silenzio».
8 aprile 2025

