Rivolta nel Centro di prima accoglienza di Cona. «Ripensare sistema immigrazione»

L’episodio dopo la morte di una donna ivoriana. Operatori “prigionieri” fino a notte. Il commento di Caritas italiana, Centro Astalli e Migrantes

Caritas italiana, Migrantes e Centro Astalli commentano l’episodio avvenuto in seguito alla morte di una giovane ivoriana. 25 operatori “prigionieri” fino a notte

È stato il compagno a trovarla ieri mattina, 2 gennaio, riversa in bagno, priva di conoscenza: Sandrine Bakayoko, ivoriana, 25 anni, ospite del Centro di prima accoglienza di Cona (Venezia) è morta nel tragitto verso il Pronto Soccorso di Piove di Sacco. Soccorsa in ritardo, secondo l’uomo, con il quale la ragazza era arrivata in Italia il 30 settembre scorso. Diverso il parere dell’azienda ospedaliera, che dichiara di avere agito con tempestività, «stante la gravità della situazione». Presi dalla rabbia per l’accaduto, gli altri 1.300 ospiti del Centro dove i giovani vivevano in attesa del permesso di soggiorno, hanno iniziato nel pomeriggio di ieri una dura protesta, trasformando il campo in una polveriera. Costretti a barricarsi nei container e negli uffici dell’area amministrativa della struttura, gestita dalla cooperativa Ecofficina, 25 operatori, tra cui 2 medici e 1 infermiera, rimasti, di fatto, prigionieri, fino a notte fonde. È stato consentito loro di uscire solo intorno all’1.40 della notte.

Oliviero Forti, responsabile dell’ara nazionale di Caritas italiana, commenta l’episodio ribadendo la posizione più volte espressa dall’organismo pastorale: «No all’accoglienza nei centri grandi, meglio nei piccoli centri e diffusa nei territori per gestire meglio i momenti di esasperazione, che possono capitare». Rinnovato quindi l’appello a tutti i Comuni italiani perché «aderiscano numerosi» al piano del governo varato circa un mese fa per estendere l’accoglienza in piccoli centri in tutto il territorio italiano e non solo in alcune regioni, oramai allo stremo. Forti invita anche a «non strumentalizzare la vicenda per farla diventare occasione di ulteriore discriminazione nei confronti dei migranti: è un problema che va analizzato, non cavalcato». Caritas, così come tante altre organizzazioni del terzo settore, è anche contraria alla proposta del ministero dell’Interno di riaprire i Cie (Centri di identificazione ed espulsione) per aumentare le espulsioni di irregolari. «Sono costosi – evidenzia Forti – e inefficaci e non rispettano i diritti». Così come le espulsioni: «Si parla di migliaia di euro a persona, che hanno senso solo se praticabili. Ma nella maggior parte dei casi non esistono accordi bilaterali con gli Stati dell’Africa sub-sahariana da cui provengono i diniegati. Se le persone venissero riaccompagnate nei Paesi con programmi di reinserimento e reintegrazione andrebbe anche bene, ma questo non avviene. Allora perché questi proclami?”. Esemplare, per il responsabile Caritas, il caso del terrorista Anis Amri, che ha vagato per quattro anni per l’Europa nonostante sia stato identificato come persona pericolosa. Occore allora «riflettere sulla mancata capacità del sistema di portare a termine le espulsioni».

Parla della «necessità di ripensare e riformare il sistema di immigrazione e asilo in Italia» anche padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli. «È ampiamente dimostrato – osserva – che privilegiare l’uso di centri con numeri elevati di migranti non è mai una buona soluzione. La fase di emergenza – prosegue – deve durare pochissimo e va supportata da una buona organizzazione della rete di accoglienza per piccoli numeri, diffusa sul tutto il territorio nazionale, restituendo così dignità ai migranti accolti e agli operatori che li assistono». Fondamentale anche per il gesuita il coinvolgimento dei Comuni: «Basterebbe che ognuno accolga poche decine di migranti in maniera progettuale e inclusiva. Questa è la strada da seguire per evitare situazioni di tensione e di ingovernabilità di un fenomeno che viene raccontato sempre più spesso con toni allarmistici ed emergenziali, ma che di fatto i numeri ci mostrano essere assolutamente gestibile attraverso un’efficace programmazione». Tornare a parlare di Cie e di rimpatri per affrontare «un fenomeno complesso e articolato come quello delle migrazioni – afferma – ci pare pericoloso e fuorviante» perché significa «associare immigrazione a criminalità in un clima esacerbato dalla minaccia terroristica». Anche la legge Bossi-Fini attualmente in vigore, osserva padre Ripamonti, ha 15 anni e risale a un periodo in cui «le migrazioni in Italia erano profondamente diverse da quelle attuali. Guardare al passato senza l’urgenza di una rilettura e di un radicale rinnovamento delle politiche migratorie nazionali – sottolinea – non può portare ad alcun progresso».

Le realtà che accolgono grandi numeri di migranti, avverte monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, rischiano di diventare «luoghi ingestibili e quindi esplosivi». Anche da lui arriva quindi l’invito a un cambiamento di rotta verso «una accoglienza diffusa su tutto il territorio, con numeri ridotti, accompagnata e affidata a realtà qualificate e con il controllo delle comunità locali, cioè i Comuni». Parla di «evidente esasperazione» da parte degli ospiti del centro che, «come si sa, vivono in una condizione di abbandono molto grave che ha portato a un gesto sicuramente da condannare – la rivolta e la distruzione -, ma che certamente ha dei fondamenti non di poco conto». Il direttore di Migrantes rinnova quindi l’invito a «essere responsabili nell’accoglienza», che significa mettere in atto «una accoglienza diffusa che abbia al centro la tutela della dignità della persona. Un’esperienza – aggiunge – che premia anche dal punto di vista della sicurezza del territorio e di un accompagnamento che non crei disagi gravi che sempre sono avvenuti nei grandi centri».

3 gennaio 2016