Rogo nel camper rom, Feroci: «Morti che non scuotono le coscienze»
Il direttore della Caritas diocesana interviene sulla «tragedia enorme» di Centocelle: «Abbiamo creato un mondo parallelo, una città fatta di ultimi»
Il direttore della Caritas diocesana interviene sulla «tragedia enorme» avvenuta a Centocelle. «Abbiamo creato un mondo parallelo, una città fatta di ultimi»
Tre sorelle, una ragazza e due bambine, morte nel rogo del camper in cui vivevano con la loro famiglia, nel parcheggio di un centro commerciale, a Centocelle. Per il direttore della Caritas diocesana Enrico Feroci è una «tragedia enorme». Eppure, sottolinea con amarezza, «sono morti che emozionano i romani ma che purtroppo non scuotono le loro coscienze, sono morti che non hanno lo stesso posto delle altre, sono morti di bambini rom». E non sono le prime: il sacerdote ricorda che «nel 2011 morirono quattro fratellini in una roulotte a Tor Fiscale. Un’infanzia che vive ai margini, vite che nascono nell’emarginazione e che si trovano subito a dover pagare colpe non loro».
Come è accaduto alle tre sorelle Halilovic. «Non ci interessa sapere il perché del rogo, doloso o accidentale, e nemmeno sapere i trascorsi dei genitori – prosegue Feroci -. Ci addolora la loro morte, ci indigna sapere che una famiglia di undici persone viva in un camper nel parcheggio di un centro commerciale, davanti a tutti, e che nessuno si interessi di loro. Ci sdegna e offende il fatto che qualcuno possa dire che è una “questione di vendetta” quasi sfumando il dato che tre ragazze di cui una di solo 4 anni siano morte».
Ancora, il direttore di Caritas Roma ricorda che la famiglia viveva da qualche settimana nel quartiere ed era stata notata. «È mai possibile che possiamo permettere che esseri umani vadano a frugare fra i nostri scarti nell’immondizia? Ci lamentiamo perché tirano fuori tutto e lo buttano a terra e non ci indigna sapere di persone che per sopravvivere debbano mettere la testa dentro i cassonetti – afferma -. Abbiamo creato un mondo parallelo, una città fatta di ultimi: i rom che vivono nei loro accampamenti, i senza dimora negli anfratti e nei sottopassi. Più di 15mila persone delle quali ci accorgiamo solo quando la loro presenza turba la nostra vita: sporcano, rubano, sono molesti».
Nelle parole di monsignor Feroci c’è la richiesta di impegnarsi «seriamente» a «risolvere il problema, mettendoci testa, energie e risorse in modo comunitario», attraverso una «programmazione fatta in modo più serio» e una «progettualità più ampia, libera da pregiudizi e che prenda ispirazione da altre metropoli europee». Ben sapendo che «sarà un cammino lungo e impervio – conclude -: un percorso che se fosse iniziato seriamente dieci anni fa, ai tempi dei “piani nomadi” affidati a Mafia Capitale, non avrebbe generato queste morti».
12 maggio 2017

