Roma degli anni ‘50 vista da Costanzo

Forse nostalgico, forse un po’ malinconico, comunque in grado di riannodare le fila tra i nomi del passato e quelli di ora, “Finalmente l’alba” fa sintesi della nostra storia. E delle nostre contraddizioni.

Le prime immagini, tra suggestione e forte respiro d’epoca, ci portano all’inizio degli anni ’50 e la vicenda che siamo chiamati a seguire è quella di Mimosa, giovane popolana romana che entra a Cinecittà per accompagnare la sorella Iris (quella “bella”… ) e contro le sue intenzioni si ritrova catapultata in un film come comparsa. Così prende il via Finalmente l’alba, il nuovo film di Saverio Costanzo (Roma, 1975, figlio di Maurizio) presentato in concorso alla recente edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Il film resta a lungo sospeso tra la veritàe quello che si sta girando: chi guarda resta perplesso se non considera in quale periodo avvengono i fatti narrati. Entrata controvoglia nel set del film “peplum”, che si gira con nomi di rilievo del cinema americano, Mimosa passa a una serata decisamente “glamour” che ha luogo in un palazzo nobiliare di Capocotta, luogo prediletto dell’alta borghesia romana, dove tra attori veri e altri che si spacciano per tali (c’è Alba Rohrwacher che dà voce e volto ad Alida Valli, nome importante del cinema italiano di quegli anni) irrompe fragorosamente la realtà: l’alba preannunciata dal titolo è quella dell’8 aprile 1953, quando la giovane Wilma Montesi viene trovata morta sulla battigia della spiaggia e la presupposta “innocenza” del neorealismo lascia il posto a una brutta pagina di cronaca nera.

In sede di conferenza stampa di presentazione del film, Costanzo ha raccontato che alla versione ora in sala ha apportato tagli per circa trenta minuti. «Un superfluo di cui mi sono accorto proprio a Venezia vedendo il film in mezzo al pubblico. Ho avvertito che questi tagli potevano aiutare il cammino dell’opera». Questa autocritica ha rimesso in piedi l’attenzione per il suo film, il cui spunto iniziale rimanda da subito a Bellissima, girato da Luchino Visconti nel 1951: la storia della popolana Maddalena che vede nella figlia bambina Maria una bellezza che forse non esiste, la porta ad un concorso per giovani promesse, dove prende atto della realtà e con essa del cinema come illusione e menzogna.

Alla stessa maniera anche Mimosa fa la prova del cinema come scenario fatto di inganni e mistificazioni, in tal modo esce dalla finzione per entrare in una realtà ben più dura e complessa. In una sola notte Mimosa diventa adulta e passa la linea d’ombra della gioventù.

Se è vero che il copione non sempre scorre veloce, a imprimergli fascino è la regia di Costanzo, suadente ritratto della Roma del tempo e della capitale del Cinema: forse nostalgico, forse un po’ malinconico, comunque in grado di riannodare le fila tra i nomi del passato e quelli di ora, giovanissimi, come Rebecca Antonaci (l’esordiente Mimosa). Un film sintesi della nostra storia e, non di meno, delle nostre contraddizioni.