Russo (Dap): istituti di pena, un palinsesto di attività
L’obiettivo di «caratterizzarli per la specificità della formazione e dell’istruzione». E sull’apertura della Porta Santa: «Sarà ancora una volta un’emozione grande»
La collaborazione tra Santa Sede e Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) è sempre più stretta, come dimostrano il padiglione del Vaticano alla Biennale di Venezia nel carcere della Giudecca e l’iniziativa delle esposizioni artistiche nelle carceri in occasione del Giubileo, a partire da quella a Rebibbia dove il Papa aprirà una Porta Santa straordinaria il 26 dicembre. Ne abbiamo parlato con Giovanni Russo, capo del Dap.
Qual è il significato di questa collaborazione?
Avvincere alla missione che la Costituzione affida a un’istituzione laica com’è il sistema penitenziario una delle più forti agenzie sociali mondiali che esiste, cioè, la Chiesa. Siamo convinti della necessità che la pena sia certa e che venga vissuta dal detenuto in maniera dignitosa, ma anche che sia finalizzata alla rieducazione. Per questo occorre coinvolgere quella parte di società che finora è rimasta spettatrice. La Chiesa offre un apporto di concretezza e di speranza perché ci insegna a immaginare un futuro migliore e ci fornisce gli strumenti, che per chi crede sono la fede e la preghiera e dal punto di vista laico la formazione, l’addestramento, l’acquisizione di cultura, come è l’arte.
Come vi state preparando all’apertura della Porta Santa a Rebibbia?
Ancora una volta un’emozione grande. Lo è stata già quando ho accolto il Santo Padre a Venezia. Voglio raccontare un aneddoto. Dissi al Papa che avevo letto il suo invito al sistema penitenziario di «aprire le finestre alla speranza» e aggiunsi, presentando l’evento, che noi avevamo spalancato un portone. Mi facevo un po’ vanto di aver raccolto quella sua indicazione. Lui, mettendomi la mano sul braccio, replicò: «Sì, è una cosa bella ma la speranza per essere vera va nutrita ogni giorno con azioni concrete». Fui raggelato perché capii il peso di questo compito affidato al sistema penitenziario. L’apertura della Porta Santa ci è sembrata la prosecuzione di quell’idea. Il Giubileo è un momento di riconciliazione. Quale luogo migliore di un istituto penitenziario? Dove è giusto che ci sia il trattamento punitivo ma anche una porta che si apra per indicare che la vita non finisce lì. Soprattutto, non finisce con il giudizio di un tribunale e deve dare al detenuto la possibilità di trovare una nuova vita nella stessa società che deve imparare ad accoglierlo.
Come pensate di affrontare il problema del sovraffollamento?
Parlare di sovraffollamento in realtà non risponde alla situazione attuale. Abbiamo una condizione di occupazione degli spazi più o meno simile a quella degli altri Paesi occidentali europei. Questo non ci fa desistere dal creare condizioni migliori; bisogna evitare di trasformare la detenzione in sé in un aggravamento della privazione della libertà. Il governo ha stanziato fondi mai visti in precedenza per aumentare il numero dei posti detentivi. Abbiamo avviato anche il recupero di circa 40 cantieri che negli ultimi decenni erano stati iniziati e mai completati. Questo consentirà, nel giro di qualche anno, di ottenere almeno 3-4000 posti in più. Non costruiremo nuovi penitenziari né solo celle in quelli esistenti, per dare spazi agli aspetti della socialità. La mia idea è di trasformare gli istituti in una sorta di stabilimenti in cui ci sia un palinsesto di attività, in modo da caratterizzarli ognuno per la specificità della formazione e dell’istruzione che vi viene data. Come consentiamo ai nostri figli di scegliere l’università a seconda delle loro attitudini, vogliamo fare lo stesso per i detenuti: per esempio, chi vuole fare l’orafo potrà chiedere di essere assegnato all’istituto in cui per otto ore al giorno funziona un laboratorio.
23 dicembre 2024

