Sacerdoti in Albania, «una Chiesa che risorge»

Concluso il pellegrinaggio diocesano, guidato da De Donatis. Vescovi, presbiteri e laici accolti dall’arcivescovo di Tirana Dodaj, a lungo impegnato nella Chiesa di Roma

L’albero di ulivo piantato davanti alla parrocchia di “Zoja e Ngjitur në Qiell”, alla periferia di Tirana. Il giro in barca sul lago di Ocrida, nella Macedonia del nord, patrimonio dell’umanità. La visita alla Casa delle Foglie, che fu sede del Sigurimi, il servizio segreto che operò negli anni della dittatura. La storia di Simone, detenuto per oltre trent’anni in un campo di concentramento. E le parole dell’arcivescovo Arjan Dodaj, di Sua Beatitudine Anastasios, dei sacerdoti e delle religiose impegnate con i bambini più poveri. Sono solo alcune delle visite e degli incontri che hanno scandito il pellegrinaggio diocesano in Turchia, dall’11 al 15 aprile.

Sono partiti in 32, con l’organizzazione dell’Opera romana pellegrinaggi, guidati dal cardinale vicario Angelo De Donatis; nel gruppo vescovi – Daniele Salera, Paolo Ricciardi, Dario Gervasi, Guerino di Tora, Valentino Di Cerbo -, sacerdoti e laici. Ad accoglierli, al loro arrivo, l’arcivescovo di Tirana Arjan Dodaj, che fu ordinato sacerdote a Roma da san Giovanni Paolo II e che ha prestato a lungo servizio nella nostra diocesi. Era partito dal suo Paese appena sedicenne e aveva attraversato l’Adriatico su un barcone, con una quarantina di connazionali. In Italia era stato muratore, giardiniere, saldatore, prima di avvicinarsi alla Fraternità dei Figli della Croce. «Questa visita è molto importante per ambedue le parti, sia per la Chiesa di Tirana che per quella di Roma – ha spiegato l’arcivescovo Dodaj -. È un modo di dire grazie da parte nostra alla Chiesa di Roma che ha contribuito, in questi trent’anni di post-comunismo, alla ricostruzione di una comunità ecclesiale che era stata non dico perseguitata ma oserei dire annientata da cinquant’anni di comunismo». La Chiesa in Albania «è la testimonianza pasquale di una dimensione di vita che riprende, risorge – ha aggiunto -. Davvero è stata la Chiesa delle catacombe, perché tutti i segni visibili e pubblici della presenza di Dio erano stati totalmente distrutti o camuffati da altro. Questo è un popolo a cui era stata calpestata la coscienza, soffocata la libertà religiosa. Quella che si fa qui è veramente un’esperienza di resurrezione».

A testimoniarlo anche don Tommaso Morelli, sacerdote fidei donum della diocesi di Roma che da quattro anni è in missione in Albania. Il gruppo romano ha celebrato la Messa nella parrocchia che guida, alla periferia di Tirana, e qui ha piantato un albero di ulivo. Per ora non c’è una vera chiesa, ma solo piccolo prefabbricato. Un luogo sempre affollato di fedeli. «L’Albania è uno Stato molto complesso, che vive su tanti livelli e tante dimensioni – ha raccontato don Morelli -. Nella bandiera c’è quest’aquila che guarda un po’ a oriente e un po’ a occidente, ed è proprio così. Questo popolo ha vissuto quasi cinquant’anni sotto la dittatura comunista, che ha distrutto interiormente le persone. Rimane però un popolo molto religioso, e se da una parte il comunismo ha fatto tabula rasa, loro sono pronti ad ascoltare una parola di verità».

Un pellegrinaggio all’insegna della fraternità, per il cardinale De Donatis, come ha rimarcato più volte nelle omelie delle celebrazioni che hanno scandito le visite e le escursioni: «La fraternità è frutto della Pasqua, della vita di Gesù, della vita donata a tutti; è questo dono di Gesù che ci rende fratelli. Gesù definisce fratelli anche coloro che di fronte alla Croce lo hanno abbandonato. La fraternità accoglie proprio coloro che non ne sono stati all’altezza. Bisogna stringere relazioni fraterne, perché il battesimo ci immerge nella Pasqua di Gesù e ci rende membra del suo corpo».

All’insegna del calore e dell’amicizia l’incontro con Sua Beatitudine Anastasios di Albania, primate della Chiesa ortodossa albanese, nella giornata di giovedì, nella cattedrale ortodossa di Tirana. «Il patriarca – ha riferito don Stefano Cascio, tra i pellegrini – ha ricordato quanto la sofferenza comune sotto il comunismo aveva unito i cristiani: un ecumenismo di concretezza fatto di piccoli gesti e non di proclami. Parlando al cardinale e ai presbiteri, ha fatto un’analogia tra la storia del suo Paese e la risurrezione, che è nella croce e non oltre la croce. Sua Beatitudine ci ha riservato un’accoglienza calorosa e ha voluto accompagnarci lui stesso nella visita alla cattedrale».

17 aprile 2023