Saggio-inchiesta sul “gioco del Sahel”
Obiettivo puntato su una terra martoriata dal clima e non solo, che oggi è «la culla del jihadismo saheliano». E la volontà di governare le sorgenti idriche attira capitali da tutto il mondo
Chi volesse misurare la temperatura emotiva del pianeta Terra, scoprendo quanto sia alta, potrebbe trarre giovamento da un testo spurio che attraversa i generi come Il grande gioco del Sahel composto con rigore e passione da Marco Aime e Andrea de Giorgio per i tipi editoriali della Bollati Boringhieri (pp. 159, 18 euro): un po’ saggio, un po’ reportage, un po’ inchiesta. Il titolo, kiplinghiano, allude agli straordinari interessi economici che si addensano nella fascia subsahariana del continente africano: dal Senegal all’Eritrea, a sud del deserto, a nord rispetto alle praterie e ai laghi. Il sottotitolo del libro, Dalle carovane di sale ai Boeing di cocaina, precisa la struttura dell’analisi, fra storia, politica e antropologia.
Per comprendere la scandalosa povertà della zona indagata basta riflettere sui numeri: «Il Pil del Mali, un paese grande quasi quattro volte l’Italia con 20 milioni di abitanti, è pari a 17 miliardi di dollari. Una cifra che corrisponde al fatturato dei supermercati Conad o della Sony». C’è bisogno di aggiungere altro per spiegare le ragioni dell’emigrazione da queste regioni verso l’Europa? Eppure, come affermò Thomas Sankara, uno dei leader dell’Africa decolonizzata, «il sottosviluppo non è una fatalità se si fanno le scelte giuste. Bisogna scegliere fra lo champagne per qualcuno o l’acqua potabile per tutti». Il Sahel è una terra martoriata innanzitutto dal clima, che alterna fasi di estrema siccità a stagioni di pioggia torrenziale; poi da ancestrali rivalità quasi inestirpabili, come quella fra pastori nomadi e contadini sedentari. Oggi il Mali è «la culla del jihadismo saheliano», pronto a strumentalizzare le vecchie diatribe tribali secondo l’universale logica del “dividi et impera”, un tempo era uno dei più importanti Stati africani. La volontà di governare le sorgenti idriche attira capitali da tutto il mondo, con attori internazionali come la Cina che vorrebbero prendersi la fetta più grossa della torta.
Certe domande sono destinate a restare sospese: quale forma assumerà l’islamizzazione incipiente di fronte alla globalizzazione? Gli autori dedicano pagine ispirate alla impareggiabile tradizione del Libro nelle biblioteche impolverate ai margini del deserto, fra Timbuctu e il vuoto, nell’auspicio che la rivoluzione digitale possa mettere in salvo un patrimonio culturale incalcolabile. Restano in mente i protagonisti della nobile civiltà del Sahel: il bue, l’asino, il cammello. Per secoli furono questi animali a garantire i commerci fra Mar Mediterraneo e Africa Nera, mettendo in contatto cristiani e musulmani, grazie alla mediazione dei mercanti ebrei. Oggi la frontiera europea è fissata ad Agadez, nel punto in cui le carovane di disperati diretti da noi si arrestano di fronte ai legionari francesi. Fatica inutile. «Come ricorda la parabola di sant’Agostino, non si può svuotare il mare con una conchiglia».
8 novembre 2021

