Salute mentale: una strada in salita
Adolescenti: aumentano ansia, depressione e autolesionismo. L’impegno del Bambino Gesù. Pontillo (Neuropsichiatria): «Siamo in difficoltà. La prevenzione è fondamentale»
Stigma e solitudine. Chi soffre – o ha sofferto – di un disturbo psicologico sa quanto sia difficile parlarne e quanti pregiudizi aleggino ancora intorno a questo argomento. La Giornata mondiale della salute mentale, il 10 ottobre, è sicuramente un punto di partenza per avviare una riflessione seria sul tema ma, numeri alla mano, la situazione al momento è impietosa. Un adolescente su sette, nella fascia compresa tra gli 11 e i 19 anni, soffre di un disturbo mentale che – nei casi più gravi – può sfociare in esiti infausti, come il suicidio. È quanto racconta a Roma Sette Maria Pontillo, psicoterapeuta dell’Unità di Neuropsichiatria dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. «In un anno, in media, si hanno nel mondo circa 46mila suicidi di soggetti in età evolutiva; se restringiamo il campo all’Unione europea, gli adolescenti che soffrono di disturbi mentali sono il 13% della popolazione». Ovvero circa 12 milioni di individui.
«Facendo un computo generale – prosegue – il 40% delle diagnosi afferisce ad ansia e depressione, i mali di questo nostro periodo storico, in significativo aumento a seguito della pandemia». L’impatto che le restrizioni del Covid hanno avuto sui giovani, infatti, è stato enorme. «Nei mesi immediatamente successivi alla pandemia abbiamo avuto un aumento di casi di autolesionismo tra i ragazzi pari al 51%, contro il 21% relativo alla fase pre-Covid». E i numeri, a oggi, sono ancora preoccupanti: «Benché ci sia stata una leggera riduzione, il 41% dei casi che trattiamo presenta disturbi di autolesionismo. Qualcosa si è spezzato nel benessere dei nostri ragazzi dopo il Covid: hanno acquisito comportamenti disfunzionali. La rete per loro è stata “protettiva”, gli ha permesso di continuare a fare lezione, vedere gli amici, ma è stata anche portatrice di una serie di atteggiamenti sbagliati. Dai dati che abbiamo raccolto risulta che durante la pandemia i ragazzi hanno trascorso sui social una media di 9 ore al giorno». Con tutti i rischi che una dipendenza da smartphone comporta.
«Pensiamo all’aumento del cyberbullismo o alle challenge online di cui tanto si discute. L’ultima trapelata è quella della “Sex Roulette”, dove i giovanissimi si sfidano provando a non avere una gravidanza, facendo sesso senza protezioni», aggiunge Pontillo, soffermandosi sulle difficoltà che i giovani affrontano oggi nel loro percorso di crescita. «L’adolescenza oggi è una finestra di rischio. È aumentata la pressione sociale, tutta incentrata sulla performance, con i ragazzi che vengono precocemente abituati a dover essere sempre più formati, a dover correre e svolgere molteplici attività sperimentando fin da piccoli forti indici di stress dai quali non sono assolutamente protetti».
Il quadro presentato da Pontillo trova un riscontro nella storia di Alice (nome di fantasia), che a Roma Sette ha deciso di raccontare la sua lotta contro l’anoressia. «Non so quando e come è cominciata – spiega la ragazza, oggi ventenne – ma ricordo che mi sentivo sempre insoddisfatta. Mi paragonavo alle mie compagne di classe, poi alle altre ragazze sui social, tutte bellissime, magre, perfette. E di fronte a quella perfezione io sparivo». Da lì è nato il bisogno di rinunciare al cibo. «Contavo le calorie grazie alle app, sui social trovavo il sostegno di tante ragazze come me, ci sono dei gruppi, anche su Telegram». La spinta per lasciarsi aiutare a guarire gliel’ha data sua nonna. «Non la vedevo da tempo, c’erano state così tante restrizioni. Quando lei mi ha rivisto è scoppiata a piangere, credo che questo abbia smosso qualcosa dentro di me. Non subito però». Per guarire, infatti, Alice ha impiegato quasi tre anni e ancora oggi il suo percorso non può dirsi del tutto concluso. Proprio per questo, sottolinea Pontillo, è di fondamentale importanza agire in modo tempestivo e lavorare sulla prevenzione.
«Nonostante i passi avanti, sulle malattie mentali rimane lo stigma; per un genitore non è facile accettare il malessere psicologico del figlio, viene visto come un fallimento personale. Per questo poi si ritardano le diagnosi e di conseguenza le cure. Nel 75% dei casi, quelle malattie mentali che vediamo nei giovani adulti hanno avuto un esordio in età adolescenziale ma non sono state curate, rendendo il disturbo cronico». Nel corso degli anni sono stati fatti dei passi avanti, ma la strada è ancora lunga: «Da persona che lavora sul campo – conclude Pontillo -, mi sento di dirle che siamo in difficoltà. Manca una comunicazione tra i centri ospedalieri e il servizio territoriale, manca la possibilità di dare una terapia anche a chi questa terapia non può permettersela privatamente. La prevenzione è fondamentale: programmi di screening adeguati eviterebbero un sovraffollamento del sistema e lavorare sull’alfabetizzazione emotiva, ossia la capacità di riconoscere le emozioni ed elaborarle anche alla luce dei fatti di cronaca che coinvolgono sempre più i giovanissimi, è di fondamentale importanza».
8 ottobre 2024

