Leone d’oro alla carriera, Palma d’oro, 9 Premi Oscar solo con “L’ultimo imperatore”. Non bastano i titoli e i riconoscimenti a raccontare la grandezza di Bernardo Bertolucci, il regista italiano nato a Parma nel 1941, scomparso questa mattina, 26 novembre, a Roma, nella sua casa di Trastevere, all’età di 77 anni, dopo una lunga malattia. Nei suoi esordi, la “scuola” di Pier Paolo Pasolini, sul set di “Accattone”, nel 1961; quindi il primo lungometraggio “La commare secca”, prodotto da Tonino Guerra, con soggetto e sceneggiatura di Pasolini, nel 1962.

Dieci anni dopo, nel 1972, dopo “Il conformista” e ” Strategia del ragno”, il successo clamoroso di “Ultimo tango a Parigi”, con Marlon Brando e Maria Schneider in una delle più memorabili tragedie del grande schermo. E con il successo, gli scandali e lo scontro ocn la censura e la magistratura, che si tradurrà con la condanna a 4 mesi per oscenità. Nonostante tutto però la storia del cinema ormai è cambiata e il film viene premiato con un Nastro d’Argento e una candidatura all’Oscar come miglior regista. Pochi anni dopo, nel 1976, «Bertolucci gira “Novecento”, con Robert De Niro e Gérard Depardieu: film in due atti che racconta l’evoluzione sociale dell’Italia dall’inizio del XX secolo. Un’opera che possiamo definire come una “Meglio gioventù” anzitempo. Bertolucci ha sempre uno stile innovativo e personale, segnato da uno sguardo estetizzante e provocatorio».

A spiegarlo è Massimo Giraldi, presidente della Commissione nazionale valutazione film della Cei, che lo definisce «un regista molto importante: ha segnato uno spartiacque tra il cinema italiano del dopoguerra e la nuova tendenza degli anni Sessanta. È stato uno dei giovani autori della Nouvelle vague italiana. Per certi versi – prosegue – ha anticipato anche la carica di contestazione del cinema post-68 con “Prima della rivoluzione” (1964), film di tono epico e sostanziale».

Il successo Oltreoceano arriva dopo la metà degli anni Ottanta con “L’ultimo imperatore” (1987), kolossal che gli vale 9 Premi Oscar, seguito poi da “Il tè nel deserto” (1990), con John Malkovich, e “Piccolo Buddha” (1993). «Con “L’ultimo imperatore” e i suoi 9 Premi Oscar – rimarca Giraldi – Bertolucci viene annoverato tra i grandi autori del cinema di sempre. Di fatto è l’unico italiano ad aver vinto la statuetta nella categoria miglior regia. Del film poi va ricordata anche la stupenda fotografia di Vittorio Storaro, anche lui Oscar per l’opera». Nel 1996 dirige Stefania Sandrelli in “Io ballo da sola”; nel 1998 arriva “L’assedio”, tratto da un racconto di James Lasdun; nel 2003 è la volta di “The dreamers – I sognatori”. A distanza di diversi anni, nel 2012, presenterà a Cannes “Io e te”, tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti, riconfermando «compattezza narrativa e sguardo poetico», osserva ancora il presidente Cnvf.

Bertolucci aveva ricevuto il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007 – dove era tornato come Presidente di giuria nel 2013 – e nel 2011 la Palma d’oro sempre alla carriera al Festiva di Cannes. Stando alle prime informazioni, l’ultimo saluto dovrebbe avvenire in una cerimonia privata. Probabile un omaggio in Campidoglio.

26 novembre 2018