Seminaristi tutti sui social, «utili alla pastorale»
Grande richiesta di un’attenzione al tema nella proposta formativa dei Seminari. I dati di una ricerca curata da Fabio Bolzetta, presidente di WeCa. WhatsApp è la piattaforma più usata
Praticamente tutti i seminaristi in Italia hanno un profilo sui social network, addirittura il 99%, e la stragrande maggioranza (88%) li reputa «strumenti utili alla pastorale» a tal punto da pensare di utilizzarli «nei futuri impegni ecclesiali». Sono i dati più importanti che emergono dalla prima indagine mai realizzata sul tema e contenuti nel volume “La comunicazione della Chiesa che verrà. Indagine su seminaristi e social media” (2025, Tau editrice) di Fabio Bolzetta, giornalista e presidente dell’associazione dei WebCattolici Italiani (WeCa), con la prefazione di don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale delle vocazioni.
Il libro, che nasce da una ricerca triennale di dottorato, è stato presentato ieri pomeriggio, 13 gennaio, alla libreria romana Paoline International, in via del Mascherino, durante una tavola rotonda moderata da Barbara Castelli, giornalista del dicastero per la Comunicazione. Secondo la ricerca, le piattaforme più usate dai seminaristi risultano essere WhatsApp (96,2%), Facebook (74,2%), Instagram (70,8%) e Youtube (67,5%), mentre ancora poco conosciuto è il cosiddetto “social dei giovani”, TikTok, con solo il 15,3% della presenza dei futuri sacerdoti.
Nella maggioranza delle risposte viene ribadita la priorità e l’importanza delle relazioni in presenza, mentre dal punto di vista quantitativo 1 seminarista su 3 ha fino a 400 follower nel profilo più seguito e solo il 16,7% ha una rete di oltre mille persone online. Allo stesso tempo, il 26,8% non pubblica mai contenuti e il 31,1% lo fa solo una o due volte al mese. «Dunque una presenza incerta – ha evidenziato Bolzetta -; inoltre la pubblicazione di selfie, ormai superati, è superiore a quella dei reel che vanno molto più di moda e i seminaristi sono più propensi a condividere contenuti altrui anziché quelli autoprodotti. Ecco perché il 64,4% di loro ha chiesto una formazione ad hoc sui social da inserire nella proposta formativa dei Seminari», i quali ospitano 1.698 seminaristi con un’età media di 28 anni.
«Il volume pone una questione molto attuale: mettere al centro un’evangelizzazione che vada sempre di più fino ai confini della Terra», ha spiegato monsignor Stefano Manetti, presidente della Commissione Cei per il Clero e la vita consacrata. «I i social e il digitale – ha ricordato – sono i confini del nostro mondo, sono un “sesto continente” che, da battezzati, siamo chiamati ad abitare». Un concetto ribadito anche da don Paolo Padrini, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Tortona, e da Cecilia Costa, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Roma Tre, la quale ha evidenziato come compito della Chiesa sui social «dovrebbe essere far riscoprire la dimensione del silenzio e la capacità, ormai persa sul web, di stupirsi e meravigliarsi».
Un parallelismo tra comunicazione e pedagogia è stato evidenziato da don Mario Óscar Llanos, docente di Pedagogia e pastorale vocazionale all’Università Salesiana. «Oggi – ha spiegato – non dobbiamo avere paura dei nuovi media, ma del pericolo di non fare nulla, di rimanere inerti». Sempre da don Llanos, poi, alcuni spunti per una nuova ricerca: approfondire la formazione sulle competenze digitali; analizzare l’impatto che i social avranno sulla spiritualità e, infine, ampliare lo sguardo anche fuori dai seminari italiani.
14 gennaio 2025

