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Siria: dagli Usa l’accusa di «sterminio di massa» per Assad

Dipartimento Medio Oriente: a Saydnaya uccisi 50 prigionieri al giorno. Il nunzio Zenari: «Sosteniamo tutti gli sforzi per una soluzione al conflitto»

di Redazione online pubblicato il 16 Maggio 2017
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Dipartimento Affari per il Medio Oriente: a Saydnaya uccisi 50 prigionieri al giorno. Il nunzio Zenari: «Sosteniamo tutti gli sforzi per una soluzione al conflitto»

«Sterminio di massa». È l’accusa che arriva dagli Stati Uniti al regime siriano di Assad: aver trasformato il carcere di Saydnaya, a nord di Damasco, in un grande forno crematorio per i cadaveri dei detenuti uccisi ogni giorno. Per impiccagione, per lo più. Sullo stesso carcere nel febbraio scorso aveva fatto luce un documento di denuncia di Amnesty international intitolato, non a caso, “Il mattatoi di esseri umani: impiccagioni di massa e sterminio nella prigione di Saydnaya”. Già tre mesi fa, si parlava di una «campagna pianificata di esecuzioni extragiudiziali mediante impiccagioni di massa» portata avanti dal governo siriano «dal 2011 al 2015» all’interno della prigione in questione, di cui si mettevano sotto accusa anche «le condizioni inumane di detenzione, tra cui torture reiterate e diniego sistematico di cibo, acqua, medicinali e cure mediche. Questa politica di sterminio – si legge nel documento – ha causato la morte di tantissimi detenuti. Pratiche che costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità, autorizzate dai livelli più alti del governo siriano».

Ora è Stuart Jones, il vice segretario del dipartimento Affari per il Medio Oriente degli Stati Uniti, a riferire che «secondo diverse fonti il regime di Damasco è responsabile dell’uccisione di 50 prigionieri al giorno a Saydnaya. Gli Stati Uniti – aggiunge – lo hanno già detto molte volte: siamo scioccati dalle atrocità commesse dal regime siriano e queste atrocità vengono evidentemente commesse con il supporto incondizionato della Russia e dell’Iran». In appoggio a queste tesi sono state mostrate alla stampa immagini satellitari nelle quali sarebbero individuabili l’edificio principale della prigione e il forno crematorio.

In realtà, già un precedente rapporto di Amnesty international pubblicato nell’agosto 2016 insieme a una ricostruzione virtuale della prigione di Saydnaya aveva stimato in oltre 17mila, dal 2011, anno di inizio della crisi, il numero di morti in Siria a causa delle inumane condizioni di detenzione e della tortura. A quel numero si sono aggiunte poi le altre 13mila morti a seguito delle esecuzioni extragiudiziali denunciate nel rapporto diffuso nel febbraio successivo.

Nella foto, il nunzio apostolico in Siria Mario Zenari

Oggi intanto, martedì 16 febbraio, prende il via a Ginevra un nuovo round di colloqui inter-siriani di pace, sponsorizzato dalle Nazioni Unite alla presenza dell’inviato speciale Staffan de Mistura. «Sosteniamo tutti gli sforzi volti a trovare una soluzione al conflitto. Preghiamo e speriamo fortemente nella pace», è il commento del cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria. «Fino ad oggi – osserva – sono stati spesi fiumi di parole ma la realtà, purtroppo, è quella che è. Papa Francesco non smette mai di invocare la pace e la fine della violenza in Siria dove si sta combattendo il più grave disastro provocato dall’uomo dopo la seconda guerra mondiale. E questo è inaccettabile».

16 maggio 2017

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