Siria, il paese più difficile per essere bambini

Rapporto di Save the Children sui minori nei conflitti. Più di 357 milioni – 1 su 6 al mondo – i piccoli che vivono in zone di conflitto: +75% dall’inizio degli anni ’90. «Aumento scioccante. Sofferenze inimmaginabili»

Più di 357 milioni di bambini – 1 su 6 al mondo – vivono attualmente in zone colpite dai conflitti, un numero cresciuto di oltre il 75% rispetto all’inizio degli anni ’90, quando i minori in tali contesti erano 200 milioni. Circa 165 milioni – quasi la metà del totale – si trovano in aree caratterizzate da guerre ad alta intensità, costretti a fare i conti con sofferenze inimmaginabili. La Siria è il Paese in cui è più difficile vivere per i bambini che si trovano in aree di conflitto, come testimoniato dall’ennesimo attacco che in queste ore si sta svolgendo nell’area di Ghouta, dove stanno perdendo la vita centinaia di civili, tra cui molti bambini.

Bambini e bambine che vengono uccisi, mutilati, rapiti, stuprati, che vedono le loro scuole e le loro case distrutte dai bombardamenti, che vengono reclutati forzatamente nei gruppi e nelle forze armate e che sono tagliati fuori dall’educazione e dall’accesso a cure mediche. Questa la denuncia del nuovo rapporto di Save the Children “Guerra ai bambini”, lanciato dall’organizzazione che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, in collaborazione con il Peace Research Institute di Oslo.

La crescente urbanizzazione delle guerre, l’utilizzo di armi esplosive in aree popolate e la natura più complessa e protratta dei conflitti moderni, che hanno messo civili e in particolare i bambini in prima linea, rappresentano le cause principali del peggioramento delle condizioni dei bambini nei conflitti. In particolare, vengono utilizzate tattiche sempre più brutali per colpire i più piccoli, come i bombardamenti diretti alle scuole o sugli ospedali, o l’utilizzo sempre più intenso di bombe a grappolo, a barile o ordigni esplosivi improvvisati, che vedono i bambini essere le prime vittime. Siria, Afghanistan e Somalia – emerge dal rapporto – si trovano in cima alla classifica dei dieci Paesi segnati dalla guerra dove è più difficile essere bambini e dove le conseguenze sulla loro vita sono ancora più gravi. A seguire Yemen, Nigeria, Sud Sudan, Iraq, Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Repubblica Centrafricana, mentre Medio Oriente e Africa risultano le macro-regioni che registrano i tassi più alti al mondo di minori che vivono in aree colpite da conflitti (più di 1 su 3 – 39% – nella regione mediorientale, 2 su 5 – 21% – nel continente africano).

«Stiamo assistendo a un aumento scioccante del numero di bambini cresciuti nelle aree colpite da conflitti e alla loro esposizione a forme di violenza immaginabili. I bambini stanno subendo sofferenze che non dovrebbero mai vivere sulla propria pelle, dagli stupri all’essere utilizzati come kamikaze. Le loro case, scuole e campi da gioco sono diventati veri e propri campi di battaglia. Crimini come questi rappresentano abusi intollerabili e sono una flagrante violazione del diritto internazionale, ha dichiarato Daniela Fatarella, vice direttore generale di Save the Children Italia. «I leader mondiali devono fare di più per assicurare alla giustizia i responsabili di questi abusi. L’incapacità di proteggere i bambini nei conflitti, infatti, non soltanto ha come conseguenza quella di negare il futuro agli stessi minori, ma anche ai loro Paesi. Occorre fare una scelta decisa. Vogliamo continuare a guardare mentre altri bambini muoiono sui banchi di scuola o nei letti d’ospedale, non ricevono aiuti salvavita e vengono reclutati nei gruppi armati? Oppure decideremo finalmente di affrontare la cultura dell’impunità e mettere fine una volta per tutte alla guerra ai bambini?».

22 ottobre 2017