“Tears in Heaven”, Clapton e il dolore per la morte del figlio

La canzone degli anni ’90 scritta dopo la perdita del piccolo Conor. Con quel singolo vinse tre Grammy Awards

«Qualcuno dica come si può sopravvivere a un figlio che muore» fa dire Maria Pia Veladiano a Maria, la mamma di Gesù, nel racconto in prima persona che propone sul libro “Lei”. E quello per la perdita di un figlio è certamente il dolore più grande per una persona, indicibile. «Ho avuto modo di seguire diverse donne che hanno subito la perdita di un figlio. È un’esperienza talmente devastante che toglie il senso della vita a chi l’ha sperimentata… – ha detto di recente un esperto -. E poi, c’è una grandissima rabbia. Rabbia nei confronti di Dio, del fato, della sorte e della vita stessa».

Eric Clapton ha provato a mettere in musica il suo dolore di papà per la perdita del piccolo Conor, avuto dalla showgirl italiana Lory del Santo e morto nel 1991 a soli 4 anni cadendo dal 53º piano di un palazzo a New York dove si trovava con la madre. All’epoca Clapton e la Del Santo non erano più insieme, ma il dolore del grande rocker fu enorme. Il testo della canzone venne scritto insieme al cantautore americano Will Jennings, e la prima incisione avvenne in occasione della realizzazione della colonna sonora del film Effetto allucinante.

«Saprai il mio nome se ci vedremo in Paradiso? Sarà lo stesso se ci vedremo in Paradiso? Devo essere forte e andare avanti perché lo so che non è il mio posto il Paradiso / Mi terrai la mano se ci vedremo in Paradiso? Mi aiuterai a stare in piedi se ci vedremo in Paradiso? Troverò la strada attraverso notte e giorno perché lo so che non posso restare qui in Paradiso».

Il singolo gli valse nel 1993 ben tre Grammy Awards: Canzone dell’anno, Incisione dell’anno e Miglior performance vocale pop maschile. Un’interpretazione intensa per un testo che lascia senza parole. «Il tempo può abbatterti; il tempo può piegarti le ginocchia / Il tempo può spezzarti il cuore, e farti implorare, supplicare / Oltre la porta c’è pace, ne sono certo, / e lo so che non ci saranno più lacrime in Paradiso».

Ed è bello sentir parlare di Paradiso da un artista leggendario come Clapton – “The Man of the Blues”, lo definì Chuck Berry – che nella sua vita ha vissuto l’inferno della droga e dell’alcol (da cui è uscito da oltre trent’anni). Vicende finite anche in un film uscito proprio quest’anno. A proposito del quale Clapton – che limita ormai le sue apparizioni nei concerti a causa della neuropatia periferica degenerativa che lo ha colpito negli ultimi anni – sottolinea che «insiste su una parte difficile della mia vita, ma penso che sia importante per le persone vedere che c’è un lieto fine, che c’è una redenzione».

 

6 novembre 2018