Tor Bella Monaca: uniti per la rinascita

Tante realtà del quartiere, tra cui anche la Caritas diocesana, coinvolte nei progetti di rigenerazione del Piano urbano integrato. Spazi polifunzionali per venire incontro alle tante esigenze

Abitava con suo figlio autistico in uno scantinato di Tor Bella Monaca. Dormivano su due materassi, circondati da sporcizia e infiltrazioni d’acqua. Per paura della muffa, non potevano neanche permettersi di tirare fuori i vestiti dalle valigie. Tutto questo fino a pochi mesi fa. Ma ora l’incubo è finito. Grazie al lavoro in sinergia del Comune, del municipio VI, della Asl e di una parrocchia del territorio, la signora entrerà a settembre in una casa popolare e avrà dei contributi per l’invalidità del bambino. È la storia di una donna emigrata in Italia, che non è quasi mai riuscita ad accedere ai servizi pubblici, nonostante avesse tutti i regolamenti in regola. Ma è anche la testimonianza di un grande successo collettivo, reso possibile da una proficua unione di forze. Sono tante le realtà già attive nel territorio, ma non sempre, come in questo caso, riescono a collaborare.

È anche su questi binari che si sta muovendo il Pui (Piano urbano integrato) Tor Bella Monaca, il programma di recupero urbano del quartiere, finanziato con fondi del Pnrr. Negli scorsi mesi, il Comune di Roma ha indetto un bando pubblico di coprogettazione con enti del Terzo settore. Tra gli obiettivi, si legge, c’è infatti quello di «rafforzare la rete dei servizi territoriali in un’ottica di lavoro integrato e sinergico». Un’iniziativa a cui ha risposto presente anche la Caritas.

Il programma, spiega Giuliana D’Alessio, referente per l’Area comunità e territorio del settore Est della diocesi, è stato organizzato in due fasi. La prima, che si è appena conclusa, è stata quella di coprogrammazione. «Insieme al Comune, al municipio VI, ad altre associazioni e ad alcuni residenti, ci siamo soffermati sui bisogni del territorio, in particolare del comparto R5, in viale dell’Archeologia». Il quadro è variegato e complesso. «C’è tanto bisogno di lavoro, ma che sia creato sul territorio – aggiunge D’Alessio -. C’è poi una grande fragilità educativa presente nella fascia giovanile». Una manifestazione di questo fenomeno, sono le gravidanze in età molto precoce. «Molte giovani donne non vivono consapevolmente la loro maternità e non ne capiscono il valore, perché non sono accompagnate da una corretta educazione familiare».

Dal confronto, sono emersi anche i problemi di chi è agli arresti domiciliari. «In molti non raggiungono il minimo di sussistenza, e sarebbero completamente isolati se non ci fossero alcune suore che vanno a trovarli». La stessa situazione riguarda gli anziani, che soffrono di solitudine e non hanno a disposizione centri di aggregazione come in altre zone della città. Infine, sono in difficoltà anche le persone con disabilità, «la cui concentrazione nelle case popolari è molto alta, senza però che ci sia un’idonea presenza di infrastrutture».

Questo il panorama venuto a galla dalla fase di coprogrammazione. La seconda fase, quella della coprogettazione, che è in avvio, vedrà la creazione di progetti pensati per cominciare a sanare i problemi esistenti. Quali potrebbero essere? «Noi abbiamo pensato alla creazione di spazi multifunzionali – spiega D’Alessio -, dove le associazioni possano venire incontro insieme alle esigenze delle persone. Un punto di incontro dove far confluire tanti specialisti diversi (dall’avvocato all’ostetrica), affinché possano coordinarsi meglio. Tutte attività già presenti nel quartiere, ma riunirle in un unico luogo sarebbe un grande passo in avanti, anche per renderle più facilmente accessibili». La strada del welfare locale e della collaborazione «è quella giusta per affrontare le fragilità di una città così diversificata come Roma».

16 luglio 2025