Trasporti: l’8 novembre Roma a rischio paralisi
Proclamata un’agitazione di 24 ore, senza fasce di garanzia: a rischio metro, bus e ferrovie ex concesse. Manifestazione nazionale davanti alla sede del ministero
Roma e l’intera Italia rischiano lo stop, venerdì 8 novembre, a motivo di uno sciopero nazionale di 24 ore del trasporto pubblico. Una mobilitazione proclamata da Cgil, Cisl, Uil, Cisal e Ugl – vale a dire alcune tra le sigle sindacali più importanti -, durante la quale non saranno contemplate neanche le consuete fasce di garanzia. A rischio, quindi, metro, bus e ferrovie ex concesse per l’intera giornata, con le stazioni della metro che rischiano di rimanere chiuse, come già accaduto nello sciopero di lunedì scorso, 28 ottobre.
A complicare le cose, nello stesso giorno è in programma una manifestazione nazionale, in mattinata, davanti alla sede del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. Prevista una forte partecipazione: la protesta infatti è inserita all’interno della vertenza del rinnovo del contratto collettivo nazionale di autoferrotranvieri-internavigatori, scaduto il 31 dicembre scorso, la cui trattativa si è interrotta nel mese di maggio.
Lo hanno spiegato le segreterie nazionali dei sindacati, nella conferenza stampa ma anche in una lunga lettera indirizzata all’utenza. L’assenza di fasce di garanzia, hanno sottolineato, è «nelle regole» ed è prevista dalla legge una volta per ogni vertenza; l’ultima in cui si è applicata risale al 2005. Quanto alle motivazioni dello sciopero, tra le richieste contenute all’interno del “manifesto” del trasporto pubblico locale redatto dalle cinque sigle di categoria non c’è solo l’adeguamento economico delle retribuzioni per i 100mila addetti interessati, ma anche maggiore «sicurezza, sostenibilità e risorse» per il settore. Si tratta, insomma, di promuovere «una profonda riforma del settore», che possa garantire «un servizio pubblico di qualità da offrire alla cittadinanza, anche in linea con gli obiettivi di sostenibilità ambientale». Temi, questi, che hanno trovato il «disinteresse delle istituzioni e l’inadeguatezza delle controparti». Da qui la scelta di ricorrere allo sciopero – il tredicesimo da inizio anno -, «l’unico strumento legittimo per far sentire la nostra voce».
Le sigle sindacali puntano il dito innanzitutto contro il taglio al Fondo per il Tpl di circa un miliardo e mezzo di euro negli ultimi 10 anni. Per il segretario generale Filt Cgil Stefano Malorgio, «è chiaro che i 120 milioni stanziati nella manovra 2025 per il settore sono assolutamente insufficienti. Mentre tutta l’Europa investe sul trasporto pubblico locale – ha osservato -, noi abbiamo una condizione di arretramento in tutte le città, dalle medie alle grandi».
Salvatore Pellecchia, segretario generale della Fit Cis, ha sollecitato una «riforma del sistema», in un Paese in cui «esistono 900 aziende di Tpl contro le 5-6 degli altri Paesi Ue», 20 delle quali coprono il 50% degli 11 miliardi di fatturato. La stessa riforma, ha ricordato Mauro Mongelli, segretario generale della Faisa Cisal, era stata affrontata con l’istituzione della “Commissione Mattarella”, ma «si è persa nelle nebbie».
Di trasporto pubblico locale che va «verso lo sfascio» ha parlato Fabio Milloch, segretario generale dell’Ugl Fna, sottolineando le «situazioni di precarietà assoluta» di parte dei 50mila mezzi, con quelli «obsoleti di Milano che magari vengono mandati in Sicilia». Ancora, il problema della sicurezza, sollevato da Marco Verzari, segretario generale Uiltrasporti, con lavoratori arrivati «all’esasperazione» anche perché il «rischio aggressioni è alto», quasi quotidiano.
30 ottobre 2024

