“Tutto può cambiare”, la teologia laica di Sant’Egidio

Presentato il libro di Riccardi in occasione del cinquantesimo anniversario della Comunità da lui fondata. Il cardinale Walter Kasper: «Sant’Egidio si nutre dell’ascolto del Vangelo, in esso fonda la sua identità»

“Tutto può cambiare” è un incitamento, un grido di speranza che può essere urlato da chi è riuscito a creare dal nulla un soggetto della società civile in grado di trasformare il destino di tanti uomini, donne e bambini in tutto il mondo. È anche il titolo dell’ultimo libro di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, edito da San Paolo in occasione del cinquantesimo anniversario della Comunità e presentato venerdì sera, 16 marzo, nella sala Benedetto XIII, a Trastevere. In “Tutto può cambiare” Riccardi si racconta a Massimo Naro, docente di teologia sistematica alla Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo e dirigente del Centro Studi sulla Cooperazione “Arcangelo Cammarata”.

In 288 pagine mette sotto la lente d’ingrandimento i grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi 50 anni in questo mondo profondamente mutato con l’avvento della rivoluzione digitale, complice, in molti casi, di una solitudine dilagante. Il testo, analizzando i segni dei tempi, esorta a mettere al centro della propria vita il Vangelo, unica bussola capace di orientare e infondere speranza anche nelle situazioni più difficili e di ricucire tessuti sociali frammentati. Su quest’aspetto si è soffermato il cardinale Walter Kasper, teologo e presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, secondo il quale la Comunità di Sant’Egidio «si nutre dell’ascolto del Vangelo» e in esso fonda quotidianamente «la sua identità» perché chi «crede e ha fiducia nell’onnipotenza di Dio partecipa in qualche modo all’onnipotenza divina».

Nel volume si fa più volte riferimento alla “teologia laica” che per il porporato non è qualcosa di astratto ma piuttosto una forza che, senza ricorrere alla violenza, può cambiare il corso degli eventi «con la mitezza e la misericordia che fanno comprendere le situazioni». Sant’Egidio, ha aggiunto, ha il merito di comunicare e vivere «un misticismo non con gli occhi chiusi, ma con gli occhi aperti sui poveri e sui bisognosi». Lo stato di indigenza in cui si trovano oggi milioni di persone «è uno dei segni dei tempi ed è quindi la sfida privilegiata da cogliere per la cristianità nel mondo». Riallacciandosi alle parole del porporato, Andrea Riccardi ha rimarcato che «il Vangelo è un vento di felicità che va condiviso e portato a tutti. La Comunità ha capito che la felicità è un pane che non si mangia da soli ma si condivide con gli altri».

Per il giornalista e scrittore Aldo Cazzullo, è stata proprio la capacità di leggere i segni dei tempi che ha permesso alla Comunità di essere ancora «viva e vitale 50 anni dopo». Avendo come unico obiettivo la cura dei più bisognosi, ha intuito, alla fine degli anni ’60, che bisognava andare nelle borgate dove non c’era alcuna speranza di vita dignitosa, «nelle periferie urbane e umane», per occuparsi degli ultimi e seminare la pace. Tra i segni dei tempi ha citato la rivolta contro il sistema e l’élite, un fenomeno mondiale, che in Italia «spiega questo risultato rivoluzionario del 4 marzo che avrà un impatto fortissimo nella vita e nella storia del Paese». Una «rivolta» che può essere imputata «all’incapacità della politica e dei sindacati di incontrare il popolo» ma anche alla distruzione del lavoro operaio prima, sostituito dall’automazione, e poi nei ceti medi sostituiti dalla rete.

Durante la presentazione del testo, che racconta anche vite di persone incontrate, Giuseppe De Vita, fondatore del Censis, istituto nato negli stessi anni di Sant’Egidio, si è invece soffermato su due sentimenti che emergono dalle pagine del libro, la gratitudine e l’entusiasmo, «che permettono di passare dalla storia al futuro». La gratitudine, ha affermato, è «scomparsa dalla società italiana divenuta società del rancore» ed è legata «a qualcosa che il Signore ha messo dentro ognuno di noi che è l’entusiasmo» da rimettere necessariamente in gioco perché «i talenti che abbiamo ricevuto vanno reinvestiti nella società». Altri elementi importanti per il sociologo sono la strada e lo sguardo, una «combinazione e un doppio spirito di vita che ha portato alla progressiva e forte crescita della Comunità».

Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, si è detto molto incuriosito dal titolo dell’opera, da lui interpretato come un monito e un incitamento ad essere presenti e attivi. Per lui, nato nel 1965, la Comunità «è sempre stata Roma, non è mai stata assente nella mia vita, è come i sanpietrini». Si è soffermato sull’importanza della “comunità di popolo” che va «rivendicata considerando che viviamo un tempo storico nel quale le nuove tecnologie sono le forme più moderne di comunicazione». Per questo i «50 anni di Sant’Egidio sono importanti perché offrono l’idea di una volontà di continuare ad essere e ad agire per cambiare la realtà. Noi abbiamo un immenso bisogno in questo tempo di offrire un’alternativa di società fondata su relazioni». Ed è proprio questa la politica di Sant’Egidio, ha concluso Riccardi, «la politica dell’amicizia, un istinto entrato nei nostri cromosomi».

 

19 marzo 2018